Una notte d’inizio estate a Venezia

Lentamente riapro gli occhi.
Non capisco dove mi trovo.
Mi passo una mano fra i capelli.
Guardo l’ora: sono le nove passate.
Ho un gran mal di testa.
Mi stropiccio gli occhi e sbadiglio.
La bocca è impastata.
Devo andare in bagno.
È tutto molto confuso.
Ma dove sono?
Mi trovo in una vasta e signorile camera di un lussuoso hotel.
C’è un’ampia finestra coperta da una spessa tenda dai cui margini filtra la luce di un sole forte.
Dovrei essere vicino al mare poiché sento il vocio lontano di persone su una spiaggia.
Mi pare di sentire anche il rumore delle onde sulla battigia, ma non ne sono sicuro.
Alzo la testa e guardo in direzione dello specchio posto sulla parete di fronte.
Mi rimanda un’immagine che non mi piace.
Troppi whisky al bar ieri sera; e poi lo champagne in camera con Denise!
Denise?
Un urlo gutturale, secco, aspro, improvviso mi esce dalla gola.
Mi alzo di scatto e mi precipito in bagno.
All’istante riconnetto e mi ricordo tutto.
Denise! Oh, Denise!
Metto la testa sotto un potente getto d’acqua che sgorga dal rubinetto del lavabo.
Ma come è potuto succedere!?
Finora avevo sempre pensato di essere stato privilegiato dalla natura!
E invece!
È tutto chiaro; ma quanto è sconvolgente!
Denise non c’è.
Certo, dopo i fatti di questa notte come poteva essere ancora qui!
Ritorno verso il letto e mi siedo sulla sponda, sconsolato.
Suona il cellulare.
‹‹Ciao, sono io, Rebecca. Come stai?»
Ci mancava pure Rebecca!
‹‹Non mi hai più chiamata ieri sera.»
Già, non l’ho più chiamata. E come potevo. Ma chi se l’è ricordato.
‹‹Oh, Rebecca, Ciao. Scusami, ero stanco. Mi sono addormentato. Avevo mal di testa. Come sta tuo padre?»
‹‹E’ ancora in ospedale. Ma lo dimetteranno presto.
Il problema è ora mia madre che è andata in paranoia perché si è spaventata molto.
Purtroppo, non posso lasciarla sola con mio padre in quelle condizioni.
Sono veramente costernata!»
‹‹Rebecca non ti preoccupare. Pensa ai tuoi genitori. Io non ho problemi. Leggo, e sto tranquillo. Ma tu ce la farai a venire?»
‹‹Spero di sì. Ma non so quando. La situazione dei miei genitori è complicata. E pensare che volevo fare l’amore con te!»
Si, l’amore!
Dopo ‘sti fatti!
Chissà se ce la faccio più, a fare l’amore.
‹‹Ah, si va bene. Ciao Rebecca, ci sentiamo presto.»
Spengo il cellulare.
Ho il morale distrutto.
Vado in bagno.
Cammino barcollando.
Forse una mezzora sotto la doccia mi ricostruisce un po’.
Esco dalla doccia, mi infilo l’accappatoio e riaccendo il telefono.
Ci sono tre telefonate perse di Giuseppe.
Anche lui! È sicuro che vuole sapere, vuole interrogare.
Lo richiamo.
Spero la faccia breve.
‹‹Buongiorno.»
Non rispondo.
‹‹Ciao Agente I.S.R.A., buongiorno! Stai bene?»
Silenzio.
‹‹Oh, scusa, forse non puoi parlare! Non sei solo?»
Ancora silenzio da parte mia.
‹‹Ehi, Leonida, ci sei? È tutto okay?»
Che strazio!
Decido di rispondere.
‹‹Sì, sono qui.»
‹‹Beh, allora? Raccontami. Com’è andata?»
Che rottura.
‹‹È andata male, molto male, anzi malissimo.»
‹‹Ma cosa è successo?»
‹‹Eh, che è successo? Vuoi sapere cosa è successo? Lo vuoi proprio sapere cosa ho combinato? Anzi quello che non ho combinato. Che tormento voler sapere, voler sapere, volere sempre sapere»
Sto andando su di giri. Sono incazzato; incazzato con Giuseppe; con me; sono incazzato con tutti.
‹‹E allora te lo dico cosa è successo; cioè quello che non è successo: non ho combinato proprio niente; baci, baci, dappertutto, baci e carezze; sulla bocca, sul collo, sulle orecchie. Un seno stupendo che ho mordicchiato, succhiato, massaggiato all’infinito. Baci, baci lunghi, interminabili, dappertutto: didietro, sulla schiena, e poi più giù su quelle parti morbide e dure nello stesso tempo; e poi davanti: sul petto, sul seno duro ma anche morbido, caldo bollente, sulla pancia che è come di velluto, sulle sue gambe, su tutte le gambe, e poi …..il suo ciuffetto, che non è rosso come quello tuo, ma del colore dell’ebano, lucido, con dei piccoli riccioli, morbido, tanto morbido, con la mia lingua che cercava, le mie mani che volevano accarezzare; oh, che sapore inebriante, delizioso! Non avrei mai smesso …»
‹‹Beh! E poi …?»
‹‹E lei ci stava, partecipava, si dimenava, emetteva dei gemiti delicati, sussurrava parole bellissime, inarcava la schiena, sempre più disponibile, sempre più partecipe, sempre più aperta. Mamma, quanto le piaceva!»
‹‹Ma, per la miseria, mi vuoi dire allora ch’è successo?»
‹‹È successo che mi sono inchiodato. Non ci sono riuscito. L’apprensione, l’affaticamento. Che ne so! Non so niente. Lui è diventato piccolo, piccolo, si è ritirato; ed è tutto finito; e mi sono fermato!»
‹‹Noo! Non ci posso credere. Tu che non ci riesci! Se la racconto in giro non ci crede nessuno.»
‹‹Ma è così, è la triste realtà!»
‹‹Ma vai via! Quale triste realtà! Rifallo di nuovo e vedrai che rimedi!»
‹‹Sì, rifallo! E quando, e con chi? Ma non vedi che non c’è. E’ scappata via. E’ fuggita. Chissà cosa avrà pensato!»
‹‹Cercala, riprovaci, difendi la categoria dei maschi!»
‹‹No, mi sento smarrito, provo angoscia. Penso che non mi vorrà neanche più vedere. Ho il terrore solo ad incontrarla.»
‹‹Eh, che esagerazione! Non sei mica il primo. Chissà a quanti di voi sarà già successo! Veramente a me mai!»
‹‹Che amico stronzo che sei! È questa la solidarietà!»
‹‹Va be’. Ti lascio alle tue pene, Buon proseguimento della vacanza. E ricercala! Vedrai che questa volta farai un figurone! Ciao.»
‹‹Sì, va be’? Ciao.»
Riattacco.
Ritorno in bagno, poi mi vesto lentamente.
Vado verso il giardino per la colazione.
Ho il terrore di poterla incontrare.

CONTINUA

Una notte d’inizio estate a Venezia è un racconto di Guido Fariello