Yamal (la fine del mondo)

Le condizioni di vita materiale che abbiamo vissuto nella regione del Bajan-Olgij, tra l’Altaï Tavan Bogd e il Tsambagarav Uul, dove le steppe sono aride e infuocate durante l’estate e gelide e sommerse dalla neve in inverno, non sono niente al confronto di quelle che ci aspettano nel terzo dei luoghi indicati nella targhetta di piombo.
È la Penisola di Yamal cioè la “fine del mondo”, abitata dai Nenet.
Dalla parte settentrionale della Siberia russa, separata da questa dall’ultimo tratto del fiume Ob’ e dagli ultimi contrafforti nordici dei monti Urali, oltre il circolo polare artico, parte una striscia di terreno, essenzialmente piatto, lunga oltre 700 km e larga mediamente 240 km, con una altezza sul livello del mare di qualche decina di metri nel punto più alto.
È la zona della tundra artica.
Presenta il caratteristico terreno ghiacciato, il permafrost, per centinaia di metri di profondità, l’assenza di specie arboree, e una miriade di laghi, paludi, fiumi.
Da millenni qui, tra i più difficili ed inospitali territori dell’intero pianeta, vivono gli uomini delle renne, in simbiosi con questi animali.
Noi li incontreremo.
Dobbiamo sbrigarci.
Alla fine di febbraio, gli uomini delle renne cominciano a smontare i loro accampamenti invernali lungo le insenature del fiume Ob’. Là hanno trovato la legna per alimentare le stufe dei “chum”. Presto arriverà la primavera. Occorre organizzare la brigata e mettersi in marcia verso nord dove i muschi e i licheni nutriranno le mandrie.
Sono tre i luoghi dove si può allestire un nuovo quartier generale.
C’è nella Siberia settentrionale una città chiamata Vorkuta. È una città non bella, nata come centro amministrativo di situazioni orribili, poiché voluta da Stalin come sede dei campi di lavoro forzato nelle miniere di carbone, i terrificanti Gulag. Posizionata a poca distanza, verso occidente, della parte settentrionale dei Monti Urali, sulla riva orientale del fiume che prende il suo stesso nome Vorkuta.
La città è oltre il circolo polare artico verso nord. Ha ottenuto tale status dal 1943 ed è, oggi, alla ricerca di una nuova vita, per i suoi oltre 70.000 abitanti, con l’arrivo dei gasdotti da nord, tentando la carta del turismo. Ci vogliono, nondimeno, ancora oltre 48 ore di treno da Mosca.
C’è, però, un aeroporto civile, residuo di una base aerea del periodo della guerra fredda. Si trova a 67°29’24,97’’ di latitudine Nord e 63°59’46,49’’ di longitudine Est ad un’altezza di 167 metri sul livello del mare.
Molto diversa è, invece la cittadina di Salechard, moderna e sviluppata, con edifici notevoli, posizionata su una penisola fluviale compresa tra la riva destra del fiume Ob’ e quella, sempre a destra, del suo affluente Poluj che si distendono nel Bassopiano della Siberia Occidentale.
Appena dopo Salechard il fiume Ob’ fa una girata a gomito verso destra e, dopo alcune decine di chilometri, sfocia, con un imponente delta, nel Golfo di Ob’.
Salechard è situata esattamente sul circolo polare artico, ha poco meno di 50.000 abitanti, in forte crescita secondo le statistiche, ed è sede di una università.
Dispone di un aeroporto, dove opera la Jamal Airlines, a 66°35’19,29’’ di latitudine Nord e 66°35’47,93’’ di longitudine Est ad un’altezza di 63 metri sul livello del mare.
Proprio dove il fiume Ob’ svolta a destra, a metà del gomito, sulla riva sinistra c’è la cittadina di Labytnangi.
Entrambe le località fluviali sono centri di traghetti che riteniamo funzionino solamente d’estate, dal momento che il fiume è ghiacciato nei mesi invernali.
Ad una distanza, in linea d’aria, di 363 km in direzione nord-est, dall’aeroporto di Salechard, ce n’è un altro, l’unico in tutta la parte peninsulare dello Yamal al di sopra del fiume Ob’, a 68°28’06,49’’ di latitudine Nord e 73°35’49,28’’ di longitudine Est ad una altezza di appena 1 metro sul livello del mare.
È la località chiamata Mys-Kamennyy. Un agglomerato di costruzioni che formano un tutt’uno con l’aeroporto e che interessano una striscia di terra sabbiosa a ridosso del mare per circa 12 km e che prosegue insinuandosi nella superficie della gelida acqua, in direzione sud, parallelamente alla costa per altri 8 km.
Non abbiamo approfondito, ma riteniamo che l’aerostazione sia, soprattutto, in funzione dei giacimenti di gas. Accertiamo, inoltre, che le temperature percepite in questo periodo dell’anno sono attestate costantemente su valori al di sotto dei -30 °C.
Decidiamo, perciò, di eliminare sia Vorkuta, sia Mys-Kamennyy.
Ci concentriamo sulla città di Salechard.
Ha un’economia importante, legata all’estrazione del prezioso combustibile e all’industria della pesca.
È dotata di un aeroporto avveniristico.
Non ci sono, però, voli diretti tra Ôlgij e Salechard.
Prenotiamo un soggiorno all’hotel Arktika, per molti giorni e, come sempre, richiediamo di noleggiare un’altra Jeep Wrangler Unlimited, super attrezzata per viaggiare sulla neve, in sostituzione di quella che restituiamo a Ôlgij.
Ci è spiegato che il tipo di auto sarebbe inservibile, dal momento che si tratta di superare fiumi e laghi ghiacciati, strade appena abbozzate disastrate dalle intemperie, e lunghi tratti di tundra selvaggia priva di qualsiasi tipo di pista.
Chi vuole raggiungere luoghi della tundra, a condizione che non siano nelle regioni lontane estreme, normalmente lo fa, partendo da Salechard, o in elicottero o con dei speciali veicoli a sei ruote motrici appositamente progettati. Paghiamo per avere tale veicolo con guidatore e assistente a nostra disposizione già al nostro arrivo in aeroporto. Chiediamo anche che i due fossero in grado di parlare la lingua dei Nenet.
Stiamo spendendo cifre da capogiro ma, d’altra parte, non sono forse “l’Agente I.S.R.A.” sperperatore di risorse altrui in missione speciale?
E’ il 18 febbraio.
Per raggiungere la nostra nuova meta abbiamo fatto tre tappe: la prima da Ôlgij a Ulan Bator, la seconda da Ulan Bator a Mosca, la terza da Mosca a Salechard. Complessivamente abbiamo percorso 7.867 km con due pernottamenti a Ulan Bator e Mosca.
Un jet privato avrebbe potuto percorrere i 2.364 km che separano, in linea d’aria, Ôlgij da Salechard in poco più di 3 ore tagliando completamente la Siberia. Abbiamo, invece, preferito disegnare su di essa una ideale enorme lettera zeta con un percorso a zig-zag.
È più romantico ha detto Denise.
Il percorso in tre tappe, la prima da Ôlgij a Ulan Bator, la seconda da Ulan Bator a Mosca, la terza da Mosca a Salechard, per complessivi 7.867 km compiuto disegnando una simbolica Z sulla Siberia.
Siamo appena arrivati e si sta per replicare la stessa scena di quando abbiamo toccato, per la prima volta, il suolo dell’Ôlgij Airport.
Questa volta il terreno sotto i nostri piedi è quello dell’aeroporto di Salechard. La temperatura ufficiale comunicata è di -28 °C.
Evito di fare commenti sulle condizioni atmosferiche, per non incorrere nelle reazioni di Denise. Constato, tuttavia, che siamo arrivati in un complesso moderno ed efficiente.
‹‹Se continuiamo a soggiornare in luoghi con queste temperature corriamo il pericolo di un rigetto se e quando ritorneremo nei nostri lidi» esclamo sorridendo.
‹‹Tu ricordati sempre delle clausole del mio testamento!» replica Denise che, benché imbacuccata in maniera che si intravvede solo il naso, non dimostra disagio.
‹‹Certo che mi ricordo del tuo testamento. Ma tu cerca di sopravvivere poiché io non potrò mai più vivere senza di te.»
‹‹Va bene, sopravvivrò anche alle vacanze invernali nello Yamal. Comunque non mi sembra che qui stiano tanto male, a parte la temperatura esterna. Anzi mi pare che qui stiano proprio bene!»
Il guidatore e l’assistente del veicolo speciale a sei ruote motrici ci stanno aspettando.
Si presentano e rimaniamo entrambi senza parole.
Sono Aleksey e Nikandr, due ragazzi ventenni, due Nenet, che parlano un inglese perfetto e sono educati e gentili.
Hanno la tipica faccia con gli occhi a fessura e le gote arrossate degli uomini che vivono nelle terre al di sopra del circolo polare artico. Per il resto vestono con piumino d’oca, jeans felpati e scarponcini antineve di foggia tipicamente europea.
Il nostro sbalordimento aumenta ancora quando vediamo l’auto che, a detta di loro, è quella da noi noleggiata. È un automezzo che sembra fatto per uno sbarco lunare. Il dislivello tra il piano stradale e il posto di guida è di circa due metri. Ha sei enormi ruote sterzanti, tipo ciambella, con un battistrada assai largo. Una cabina abitabile molto piccola, rispetto alle notevoli dimensioni dell’insieme, che sembra galleggiare staccata dalla parte che fila sulla strada. Un frontale protetto da un intreccio di tubi d’acciaio. Un portellone posteriore che permette l’accesso ad una struttura interna di servizio. Serie di fari nel frontale e sul tetto. Enormi specchi retrovisori.
I due ragazzi provvedono a sistemare di loro iniziativa i nostri voluminosi bagagli.
Siamo ancora increduli mentre ci accingiamo a raggiungere l’albergo.
Aleksey e Nikandr sono sorridenti e appaiono impazienti di rendersi utili.
Mi sorge il dubbio di essere giunti … “nel posto sbagliato nel momento sbagliato”.
Forse l’autore della targhetta di piombo non aveva saputo valutare l’evoluzione dei tempi.
Oppure, può darsi che l’aereo ci abbia scaricati per errore in una città del nord del continente americano o europeo e dovremmo ritornare indietro e ricominciare d’accapo.
I due ragazzi sembra che si rendano perfettamente conto delle nostre perplessità e, quando Denise accenna timidamente a spiegare che noi stiamo cercando i Nenet originali, quelli che allevano le renne e vivono in simbiosi con esse, loro ridono di gusto e si prodigano in una sintetica e disarmante spiegazione:
‹‹La penisola dello Yamal, è stato accertato, è la più grande, enorme, riserva di gas del mondo.
I Nenet millenni fa vivevano cacciando le renne. Poi capirono che era più produttivo, rispetto alla caccia, allevare le renne. E così fecero per altri millenni successivi.
Ma anche questa storia è destinata a cambiare presto. Il gas non permetterà più alle renne di nutrirsi durante il freddo inverno. E i Nenet non potranno più guidarle e allevarle.
Quando quello che c’è sotto il permafrost sarà tirato fuori, per i Nenet e le loro renne non ci sarà più posto e dovranno ancora mutare il loro modo di procurarsi da vivere.
Noi ragazzi lo abbiamo capito, ma non vogliamo abbandonare il nostro territorio. Se esso cambierà il suo destino noi lo anticipiamo per essere pronti quando arriverà. Forse succederà presto. Perciò dobbiamo fare in fretta.»
‹‹Ma allora i Nenet non ci sono più?» chiede Denise stupefatta.
‹‹Si, sono ancora tutti là: i nostri genitori, i nostri fratelli, i nostri nonni, i nostri parenti, con le loro abitudini, il loro modo di vivere, con le loro renne, nei loro “chum”. Nessuno li potrà mai allontanare» risponde Aleksey.
‹‹Solo noi vogliamo cambiare. Ma presto arriveranno altri come noi» aggiunge Nikandr.
Poi i due spiegano che già da piccoli sono andati a scuola a Yar Sale, l’ultimo villaggio stabile prima della foce dell’Ob’.
Ora studiano all’università di Salechard e lavorano con la società che noleggia auto per i tecnici del gas e i pochi turisti che d’estate vogliono vedere la tundra, per pagarsi gli studi.
Denise e io ci guardiamo.
‹‹I ragazzi sono tutti uguali, sia quelli nati nel Burundi, sia quelli nati nell’Arizona, o nel Sudafrica, o nel Venezuela, o in Sicilia, o in Danimarca, o nel Pantanal del Brasile, o nello Yamal, o nelle Andamane.
Quando nascono sono solo uomini primordiali da costruire. Sono le culture create dagli altri che li rendono diversi, nel bene e nel male.
All’inizio le culture non erano diverse, poi si sono diversificate.
Le diverse culture sono ricchezza, ma quando degenerano provocano egoismi e lotte fra gli uomini» mi ritrovo a considerare, tra me, sottovoce.
Arriviamo all’albergo Arktika.
Salutiamo i ragazzi. Gli diciamo di ritornare con l’auto lunare domani mattina.
Prendiamo possesso della nostra camera e sistemiamo con cura i bagagli.
Chiediamo il solito colloquio con la direzione per avere riservato un luogo ove impiantare il nostro quartier generale.
Ripetiamo ancora una volta le solite cose.
È una spedizione scientifica.
Dobbiamo incontrare gli uomini Nenet.
Eccetera, eccetera.
Come gli altri, anche il nostro interlocutore non sembra capire molto di quello che stiamo facendo, ma è gentile e disponibile e ci concede, a pagamento, ogni cosa ci abbisogna.
Ci dice che gli uomini Nenet in inverno sono accampati vicino alle insenature del fiume Ob’.
Decidiamo di fare una pausa nel nostro lavoro fino al giorno dopo.
Ci prendiamo il resto della giornata per noi.
Domani mattina impianteremo il quartier generale con i computer, le carte e inizieremo ad immergerci nel mondo dei Nenet.

CONTINUA

Yamal è un racconto di Guido Fariello

che fa parte del libro 44° Latitudine nord – 14° Longitudine est