ZENÒBIOS – GLI ANNI DEL MARE di Massimo Zenobi

Foto di Enrique Meseguer da Pixabay

Adriatico centrale, 23 settembre 1459

Il soffio del garbino di terra gonfiava le grandi vele triangolari della grossa galea. Navigando di lasco, l’imbarcazione fendeva veloce l’acqua increspata, mentre l’intera struttura gemeva sforzata dal vento.

Per via del lungo sperone di prua somigliava a un pescespada, e le file di remi erano come le costole del torace di un enorme animale marino.

Lo scricchiolio degli alberi e delle antenne, i fischi tra le cime, lo sciabordare delle onde contro lo scafo erano il verso di quella creatura viva e palpitante, lanciata in corsa tra sbuffi e sussulti.

Manili Maruli era affacciato alla balaustra del castello di poppa e osservava come il bordo libero dello scafo fosse particolarmente basso per il carico di merci, di uomini e di dolore.

Con un cenno del capo il sovracomito lo salutò scendendo la scaletta che portava al ponte di poppa, da dove comandò i subalterni a eseguire le manovre per l’avvicinamento.

Mentre i marinai si occupavano di ammainare e serrare le vele, i vogatori non tardarono a prendere la cadenza sotto la sferza degli aguzzini.

Sulle due file di panche, oblique rispetto ai bordi della nave, sedevano come in chiesa i rematori, in ragione di tre per ogni panca, tenendo il remo fuori dall’acqua e le braccia vicine al corpo; si tiravano in piedi, allungando e alzando le braccia, per arretrare e immergere la pala del remo; poi, puntando un piede sulla pedana dell’inginocchiatoio, si aggrappavano al remo con tutto il peso del corpo per dare la spinta, fino a ricadere all’indietro e tornare a sedersi sulla panca; e così via, ancora e ancora, fino all’estinzione del debito, o alla fine della pena, o per sempre.

Manili era attratto dalla sincronica coreografia dei movimenti, gli richiamavano alla mente quelli dei fedeli nella liturgia della Santa Messa.

Oltre la sagoma bruna del Conero, sullo sfondo scuro della notte in fuga a ponente, il chiarore dell’alba alle sue spalle cominciava a illuminare in lontananza il profilo delle bianche, ripide falesie incastellate.

Più avanti, il fuoco del Fanò, la lanterna, indicava la bocca del porto di Ancona. Era ormai giorno fatto quando la galea, tenendosi a distanza dalle ultime propaggini rocciose del colle Guasco affioranti a pelo d’acqua, disegnò un’ampia virata di prua e si dispose a entrare in rada.

Investita dal sole ancora basso del mattino, la città dispiegava a ventaglio la sua magnificenza, scendendo dai colli ad abbracciare lo specchio del suo porto. In mare, una miriade di imbarcazioni sparse per tutto il golfo – galee affusolate, cocche panciute, fuste, tartane, legni, bastimenti di ogni genere – era a testimoniare l’opulenza della libera Repubblica di Ancona.

Tra le vele, nel cielo reso terso da un temporale notturno, stormi di uccelli circondavano le barche dei pescatori, quasi a voler partecipare di tanta ricchezza.

Una moltitudine brulicante di vita avvolgeva l’intera città come la danza di mille api attorno al favo.

La galea avanzava lentamente mentre i due nocchieri manovravano tra le navi alla fonda.

A sinistra sfilò il bastione posto a difesa del porto, all’estremità delle mura lungo il molo di settentrione.

Quasi in fondo al molo si ergeva l’arco che nei tempi antichi l’imperatore Traiano aveva voluto donare alla città.

In prossimità della banchina fu comandato di ritirare i remi, mentre gli ormeggiatori a terra e i prodieri a bordo si scambiavano le cime.

Finalmente la nave diede fondo.

In alto, sopra il porto, sulla sommità del colle Guasco, la chiesa cattedrale di San Ciriaco dominava sulla distesa di case alte e strette, addossate l’una all’altra, irta di torri, guglie, campanili, che si inerpicava fin sopra il colle Astagno sul lato opposto.

Era come se l’intera città fosse adagiata su un lenzuolo, con i quattro lembi sul colle dei Cappuccini e sull’Astagno da un lato, e dall’altro sul colle Guasco e la punta meridionale del porto.

Più volte nel passato il lenzuolo era mutato in un sudario di morte – per i saraceni, le pestilenze o altre iatture – ma sempre l’operosa caparbietà degli anconitani aveva rapidamente ricoperto le macerie, come una sana, rigogliosa, pervasiva gramigna.

Forse proprio l’incombere incessante di un nemico aveva spinto la cittadinanza a dotarsi di un sistema difensivo così imponente.

Sul lato del mare un alto muraglione, il Corridore, da un capo all’altro del porto sembrava fatto apposta per impedire alle case di scivolare in mare, ed era separato dall’acqua solamente da uno stretto camminamento che univa tra loro le rare portelle, angusti passaggi ai quali si accedeva direttamente dal mare tramite una corta gradinata triangolare.

In posizione arretrata, una fila di torri di guardia trovava spazio in mezzo all’abitato, lungo il tracciato della via del Porto.

Alle spalle della città una cinta di mura fortificate copriva l’intero lato della campagna.

Le falesie a picco sul mare facevano il resto.

Dietro il Corridore, quasi per l’intera lunghezza si snodava la via Sottomare, che saliva dal porto e passava sotto alla loggia da poco costruita ad uso dei mercanti, alla moda delle città importanti di quei tempi, che tutti dicevano così bella da parere un palazzo di Venezia.

Manili non l’aveva ancora vista, ma era proprio lì che avrebbe dovuto incontrare Demetrios Zenobios nel giro di qualche ora.

Non aveva ben presente dove fosse la loggia – anche se i suoi archi si scorgevano distintamente dal porto – ma si ricordava bene di via Sottomare, per averci passato qualche momento piacevole l’ultima volta che era venuto in Ancona.

Ma era successo anni prima, prima che succedesse tutto, prima che la sua esistenza, insieme a quella di altri milioni di persone, venisse sconvolta da uno di quegli eventi talmente sproporzionati e decisivi nella storia del mondo da meritare la distinzione tra un prima e un dopo, come la nascita di Nostro Signore.

Una volta imboccata via Sottomare, Manili poté allentare la concentrazione necessaria per orizzontarsi in una città straniera e si sentì libero di inseguire i tanti pensieri che gli affollavano la mente.

La fortuna lo metteva di fronte a un nuovo sconvolgimento: avrebbe dovuto ricominciare da capo ancora una volta, e ogni nuovo inizio richiedeva energie sempre maggiori e spalle sempre più larghe, quando il tempo e le preoccupazioni le rendevano invece ogni giorno più curve.

Cosa avrebbe fatto in Ancona?

Sarebbero rimasti lì oppure sarebbe stata solo un’altra tappa di un esilio senza fine?

Quali risorse lui e la sua famiglia erano in grado di mettere in campo?

Con Zenobios si erano scritti più volte e gli aveva assicurato il suo aiuto, in nome dell’amicizia e di interessi comuni che tempo addietro avevano legato le due famiglie.

Sarebbero stati accolti o semplicemente tollerati?

Quando si erano trasferiti a Costantinopoli, cacciati dalla Morea, sembrava fosse stato suo nonno a tirar fuori, da qualche anfratto recondito, storie e sigilli e documenti che rivelavano al mondo come lui, un signorotto di campagna in una regione periferica, potesse vantare ascendenze nientemeno che fra gli antichi imperatori della prima Roma.

I suoi figli e nipoti si erano facilmente assuefatti e immedesimati nel ruolo di rampolli della più nobile schiatta.

Quanto a lui, Manili si considerava un uomo d’arme, abituato a non farsi troppe domande, anche se ogni tanto qualche dubbio lo sfiorava: soprattutto non si capacitava di come dei nobili di tale lignaggio fossero andati a cacciarsi in quella pietraia dove era sempre vissuta la sua famiglia.

Diverso era invece il caso di Eufrosine, sua moglie: lei non aveva bisogno di appellarsi a vecchie pergamene, giacché la stirpe dei Tarcanioti a cui apparteneva, pagava da secoli un tributo di sangue alle cause dell’impero, lasciando una scia di morti sui campi di battaglia.

Manili era anche un uomo d’ingegno e dovette usarlo tutto, e precocemente, per sopperire alle necessità della famiglia e all’inettitudine di un padre imbelle.

Sorretto dall’inattendibile blasone e prodigo di elargizioni – esito di losche trattative a cui gli Zenobios, sempre in cerca di lucrosi appalti statali, non furono del tutto estranei – era riuscito a introdursi presso la corte imperiale, dapprima come semplice funzionario, in seguito assumendo maggiori responsabilità, favorite dalla sua dimestichezza con le armi e con la disciplina militare.

Era sugli spalti delle mura come ufficiale della guardia di palazzo, la notte in cui successe tutto.

CONTINUA

ZENÒBIOS – GLI ANNI DEL MARE è un romanzo di Massimo Zenobi

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