A OGNI COSTO di Sara Stroppa

Foto di Stefan Keller da Pixabay 

Mi chiudo la porta alle spalle e, insieme a quel colpo secco, mi lascio dietro tutto quel vociare che ha contribuito alla disfatta dei miei timpani nelle ultime due ore.

Musica con volume a palla, risate sguaiate, parole sbiasciate, sono ora imbavagliate, attutite come rumori chiusi in un baule di velluto.

Cristo santo che pace.

Sorrido.

Lo faccio sempre, ogni anno.

La Vigilia di Natale a casa di Ico è un evento, inutile negarlo, come lo è anche la sera prima, quando ci si ritrova in pochi intimi per i preparativi, una festa nella festa, due sere di delirio totale.

C’è chi il 24 dicembre lo passa tra cenoni e parenti, ma noi no, noi la passiamo a casa di Ico, noi iniziamo a far di matto alle sei del pomeriggio e alle otto di sera stiamo già avanti.

La Vigilia da Ico è parte essenziale del Natale, forse quella che mi piace di più, quella che davvero mi va di fare, lontana da antropologiche imposizioni parentali.

Si butta fuori tutto, si manda affanculo l’anno passato, niente regole, nessun formalismo, è sregolatezza totale in un “ambiente protetto”.

Ci sono tre must qui:

la Vigilia a casa di Ico; il Gin tonic stampo (a litri); e il Mago del torrone.

Ecco, il Mago, per l’appunto …

Guardo l’orologio, sono già le 21:30, Aldo mi starà aspettando al bar, sarà già lì da almeno mezz’ora, seduto sullo schienale della solita panchina di marmo con le sue lunghe gambe rannicchiate e le ginocchia vicine.

Mi avvio a passo veloce, ma subito mi accorgo che non è per nulla facile, i maledetti bolognini fanno peggio che camminare sull’asfalto fresco. Avanzo a fatica. Ogni due o tre passi il tacco mi rimane incastrato tra antipatici quadratini di porfido.

«Ma una bella gettata d’asfalto, no eh?» ma, nello stesso momento in cui lo penso, mi sento già una stupida. «Il centro storico, il nostro centro storico, è l’unica cosa per cui valga la pena passare in questo paese dimenticato tra la nebbia della Pianura Padana!»

Mi sento stupida si, allo stesso modo in cui mi ci sento per aver indossato queste scarpe, di certo bellissime, di certo rosse, di certo di vernice luccicante, di certo con un vertiginoso tacco dodici a spillo, di certo tanto sexy quanto fuori luogo per una serata del genere passata a camminare.

Una serata gelida come è giusto e prevedibile che sia l’antivigilia di Natale.

Ho i piedi ghiacciati. Il tacco destro mi s’incastra continuamente storcendo le dita all’interno della scarpa rigida e sono aghi veri quelli che sento sotto le unghie.

Faccio un altro passo, uguale a tutti gli altri, ed eccolo, il tacco s’incastra definitivamente, deciso, irremovibile. La scarpa rimane, il mio piede se ne va oltre rischiando di farmi cadere per poi poggiarsi sul porfido ge-li-do.

Qualche imprecazione, poco femminile, mi si affaccia nella testa, ma mi astengo dal pronunciarla.

Mi chino, il tacco è sceso fino a metà. Afferro la scarpa con delicatezza e cerco di liberarla.

Non mi segue.

Tento con movimenti rotatori, dapprima delicati, ma la stronza non collabora. Inizio a ruotarla con forza. Ora emette un cigolio tutt’altro che rassicurante. A ogni movimento vedo incisioni profonde che rigano la mia vernice rossa.

Sento un nodo allo stomaco. Conosco bene questa sensazione. Mi è particolarmente famigliare in queste ultime settimane.

Il nodo sale dallo stomaco alla gola.

Giro e ruoto sempre più energicamente. Ormai il tacco è andato.

«Fottuto quadratino hai rovinato le mie scarpe, le mie belle scarpe, un’altra cosa bella andata, tutte le cose belle si rovinano alla fine! Ecco, insomma, un secondo prima sono di vernice rossa lucida e perfetta e un secondo dopo sono devastate, rovinate, andate … per sempre! Tutte le cose belle si rovinano alla fine, tutte! … E questo è quanto!» la mia testa vaga in un delirio cosciente e io la lascio fare.

Come in uno stato di trance strattono, ruoto, ruoto e strattono, ansimo persino ma è come se lo stesse facendo qualcun altro. Una volta tanto voglio essere io a dare il maledetto colpo di grazia, io! Appoggio il ginocchio a terra e tiro con tutta la forza che ho in corpo.

Finalmente la scarpa si libera, e lo fa talmente di scatto che quasi me la tiro sulla faccia.

La scarpa esce sì, ma il tacco rimane lì, come un chiodo rosso piantato nel terreno.

Mi alzo con quello che ne resta nella mano destra.

È come se ricominciassi a respirare dopo una lunga apnea, il petto si muove veloce, ossigeno freddo scorre dalla gola ai polmoni.

Mi asciugo gli occhi.

Mi guardo attorno.

Nessuno, per fortuna!

Devo andare a casa a cambiarmi! Non ho scelta!

Mi avvio verso la macchina, o almeno dove penso sia.

Dopo pochi passi, mi accorgo che sto andando dalla parte sbagliata, la macchina sta poco più in là della casa di Ico.

Di nuovo alzo gli occhi al cielo, penso, ma non pronuncio.

Non ci sto con la testa, non ci sto da qualche settimana ormai, faccio cose stupide, dimentico cose importanti, cose stupide come scegliere queste scarpe stasera, scarpe che di certo non ho indossato per me.

Mi sento di nuovo stupida, perché so molto bene chi avrebbe dovuto vederle, come se un’altrettanta stupida scarpa potesse dimostrargli quanto ha perso. Una scema, insomma, messa nelle mani di una scarpa, anzi nei piedi di una scarpa. Tutto il mio valore delegato a un tacco dodici di vernice rossa.

Mi avvio tra battiti accelerati e pensieri deliranti, zoppicando sulla punta nuda di un piede da un lato e un tacco superstite dall’altro, emblema perfetto dello stato claudicante del mio umore.

*****

Sono al mio terzo Gin tonic. E sono solo le 22:30!

Mi guardo in giro a testa bassa.

Tento di non farmi notare. Soprattutto da me stesso, direi, perché credo sia proprio a me stesso che tento di nascondere il vero motivo per cui sono qui: … lei!

Daniele il barista, invece, l’ha capito benissimo.

Dal bancone si china verso di me di sfuggita. Come se non stesse nemmeno parlando mi sussurra che stasera non si è ancora vista.

Alzo lo sguardo di scatto, ma lui mi dà le spalle e si allontana.

Sono un’idiota, ho mandato io tutto a puttane per qualche bicchiere di troppo e dei riccioli troppo biondi, che poi a me le bionde nemmeno sono mai piaciute. Un cretino totale, sempre in cerca di conferme da persone di cui nemmeno m’importa, persone che di me non sanno nulla. Come nullo può soltanto, poi, essere il peso del loro giudizio nei miei confronti.

«Narcisista!» così mi ha definito Elisa.

Ho letto un po’ di carta su questo gene che pare essere strettamente correlato agli stronzi coglioni. Mi sono documentato perché prima di oggi nessuno mi aveva accusato di esserlo.

«Beh, Elisa ha ragione, il profilo corrisponde perfettamente alla mia mente piena di roba marcia!»

C’è un vociare insopportabile, la testa mi rimbomba, è confusa, quasi le parole fossero esseri animati, piccoli folletti che spingono per entrarmi nelle orecchie ed accalcarsi oltre numero nel mio cranio.

Stasera il bar è pieno zeppo. Tutti aspettano l’evento dell’anno, il secondo dei tre eventi, dopo la Vigilia a casa di Ico e prima del Gin tonica stampo, questo è l’ordine d’importanza, almeno per me, so che Elisa la pensa diversamente.

Il Mago del torrone arriva ogni anno il 23 di dicembre, tra le 23:00 e 23:15, preciso come un orologio svizzero.

Chi non vive in un paese piccolo come questo non può capire quanto queste piccole certezze, questi piccoli punti fermi abbiano funzione di fondamenta, di cardini su cui si muove in equilibrio l’identità di una comunità che non ama il cambiamento e che si innamora ogni giorno del passato soltanto.

Chi non vive in un paese piccolo questo non lo può capire e potrebbe persino mettersi a ridere di noi paesanotti, gente semplice che non si allontana mai più di qualche centinaio di Km per il rito della vacanza estiva al mare.

Ogni anno, puntuale, il 23 dicembre, tra le tra le 23:00 e 23:15 Il Mago del torrone attraversa la via centrale del paese, si dirige dritto verso la piazza principale dove parcheggia di fronte alla chiesa, sotto il grande loggione. Appoggia i fermi dorati a terra (riproduzione della versione antica a piede di leone) e apre il battente. Resta per tutte le feste di Natale, vendendo lingotti di torrone artigianale incartato con fogli dorati e luccicanti.

Contrariamente a ciò che accade al suo arrivo, nessuno l’ha mai visto ripartire. Semplicemente il 7 di gennaio, prima all’alba, scompare nel nulla come una presenza eterea frutto della fantasia comune.

Elisa ancora non si è vista!

Giovanni, detto il Banda per il suo tono di voce tre quarti sopra il necessario, si appoggia al bancone, è bello carico, arriva che sta già ridendo e mi guarda come se anche io dovessi saperne il motivo.

Inizia a punzecchiarmi. Non va direttamente sull’argomento ma comincia girarci attorno. Mi parla dei preparativi a casa di Ico, mi parla del fatto che c’era un sacco di gente, mi chiede perché non mi sono fatto vedere e fa di tutto per farmi capire che lei c’era.

Ma io, che lei c’era già lo so, lo so perché Marco non ha mancato di spararsi selfie a raffica come non ha mancato di postarli tutti, sapendo che io li avrei visti, giusto per farmi sapere:

«Ehi, bello, lei è qui e io anche!»

Povero sfigato, tanto lei non se lo fila di striscio! Nessuna ragazza se lo fila di striscio, con le sue sopracciglia sempre fresche di pinzetta!

Giovanni continua parlare, io annuisco anche se non so che diavolo stia dicendo.

Poi, ad un certo punto, capisce che non c’è trippa per gatti, che le sue provocazioni banali non attaccano e si allontana.

Tra le voci fuori dal locale sento quella di Aldo.

È inconfondibile, una di quelle voci dal timbro adulto ma dal contenuto e la cadenza infantili, come sarebbe la voce di un bambino intrappolato nel corpo di un ragazzone alto quasi 1.90, magro, dai piedi lunghissimi.

Aldo è buono come il pane. Dicono che sia così perché sua madre si è fatta qualche striscia di troppo mentre era incinta di lui, e questa è stata la sua punizione, anche se ho sempre pensato che la punizione alla fine se l’è pigliata il povero Aldo e non lei

Anche Aldo è uno dei riferimenti di questo piccolo paese, come il Mago del torrone, solo che Aldo c’è tutto l’anno.

Tutti lo amano, anche se lo amavano di più da piccolo perché crescendo è diventato sempre più impegnativo da gestire, con la sua stazza, i cambi di umore paragonabili a quelli di una donna in quel periodo del mese e la sua totale mancanza di regole. C’è di buono che Aldo te lo compri con poco, bastano un paio di cannoncini alla crema o un pacchetto di patatine al formaggio.

Lo sento blaterare qualcosa, se c’è lui probabilmente c’è anche Elisa, lo porta spesso con sé, è molto amica di Monia, sua sorella, ma soprattutto vuole molto bene a quel ragazzone. Tante volte, quando stavamo insieme, avevo dovuto scarrozzarlo la domenica al cinema o a fare una passeggiata, romanticamente io, Elisa ed Aldo …nel mezzo.

Il mio battito sta accelerando ora, capisco di non essere pronto a rivederla, a sostenere il suo sguardo, intendo quello nuovo di ora, quello pieno di disprezzo.

Sento caldo, mi prende lo stomaco, sale alle spalle, poi immediatamente alle orecchie. Il cervello pulsa. Non ho ben chiaro cosa sia un attacco di panico ma sono certo sia qualcosa di molto simile.

Butto giù l’ultimo sorso del terzo Gin tonic e chiedo il quarto. Daniele me lo fa, mi guarda negli occhi esitando, ma me lo fa.

Il volume fuori si fa sempre più alto. È quello che succede quando la gente cerca di interagire con Aldo. Tutti scherzano, lo prendono in giro, più o meno bonariamente, Aldo ride.

Stringo il bicchiere, faccio respiri profondi, mi alzo dallo sgabello, faccio piccoli movimenti sulle ginocchia quasi dovessi scaldarmi per una maratona, mi appoggio su una gamba, poi sull’altra, mi sento lontano dal mio corpo, distaccato, come se mi potessi osservare da un punto esterno, come se in quel momento esistesse solo la mia coscienza senza corpo.

Trovo la forza, afferro il bicchiere, esco.

Ci sono un sacco di teste. Quella di Aldo sbuca al di sopra di tutte. Quando i nostri sguardi s’incrociano mi sorride con la sua bocca un po’ sbilanciata verso la destra, gli occhi grandi e buoni. Alza la mano e mi fa un gesto di ok con il pollice.

Guardo meglio, ma sempre cercando di non farmi notare troppo. Vedo tante teste ma non vedo i capelli di Elisa.

Anche Aldo si guarda attorno, chiede ripetutamente qualcosa ma non capisco. Quando è più vicino riesco finalmente a sentirlo. Sta chiedendo di Elisa, non la trova.

Aldo è agitato, sì guarda attorno perso, qualcuno gli tende un bicchiere offrendogli un sorso di qualcosa che sembra tutt’altro che coca-cola.

Aldo sa che non può bere, ma lo prendo lo stesso. Lo seguo con lo sguardo mentre si sposta tra la folla, è sempre più nervoso, e continua chiedere a ripetizione dov’è Elisa ed immediatamente dopo dov’è il Mago del torrone, a ripetizione, la stessa domanda a raffica. Guardo l’orologio, sono le 11:30. Effettivamente il Mago è in ritardo, non è mai successo da quando ne ho memoria.

Sento una voce femminile che mi parla alle spalle, pronuncia il mio nome ma è come se fosse lontanissima, ad un certo punto poi qualcuno gira la rotella del volume al massimo:

«Stampo, ehi Stampo!»

Mi giro. Silvia è in piedi davanti a me, con i suoi riccioli troppo biondi e quel suo sorriso bianchissimo che ricordo alla perfezione.

È una bella ragazza, direi bellissima, ma il suo sorriso è un ricordo che non vorrei avere ora, e lei è l’ultima persona che vorrei vedere. Se Elisa arrivasse ora sarebbe un disastro.

Silvia comincia parlare, a raccontarmi della sua giornata, delle sue amiche, cosa ha fatto lo scorso weekend, quasi volesse dimostrarmi di non aver mai aspettato la mia telefonata e di non averci sofferto. I suoi occhi luccicano, si nota palesemente che le piaccio, ed è un’altra cosa che non vorrei Elisa vedesse arrivando.

Sono nervoso, inizio a guardarmi in giro. Lei mi parla senza sosta, fa tutto lei, ad ogni sua domanda mi giro annuisco senza nemmeno sapere a cosa. Io non voglio stare lì. Lei non deve stare lì. Silvia non molla, non se ne va, insiste. L’ansia sale ancora, mi attanaglia prima lo stomaco, poi i polmoni tanto che mi pare di non riuscire a respirare. Basta. Mi giro di scatto, la guardo:

«Silvia, mi dispiace! Qualsiasi cosa abbia fatto, qualsiasi cosa abbiamo fatto, non ho nessuna voglia di passare del tempo qui con te, né di farne perdere a te!»

Lei rimane di ghiaccio, le trema un poco il labbro inferiore.

Realizzo in un istante di essere stato troppo diretto, ma nello stesso tempo so che in questo momento non sono in grado di esprimermi in un altro modo, né di mettere filtri tra la testa e la bocca.

Silvia strizza gli occhi pieni di odio e delusione, mi fissa per un istante poi scuote piano la testa, si gira e se ne va.

Guardo nuovamente verso la massa di gente che affolla la strada fuori dal bar, ce n’è sempre di più. 23:50, il Mago quest’anno si deve essere perso per strada.

Che cosa ci fa Aldo ancora qui? È decisamente fuori coprifuoco!

Monia sarà furiosa, in più è evidentemente alticcio, qualche idiota deve averlo fatto bere e a lui basta poco per andare fuori di testa.

Lo vedo ridere senza controllo e senza motivo, vaga tra le persone senza in realtà parlare con nessuno, blatera a ripetizione qualcosa sul Mago del torrone. Mi avvicino a lui:

«Aldo che ci fai ancora qui? Dovresti essere a casa!» gli dico.

Aldo mi guarda. I suoi occhi sono come sciolti, luccicano. Mi fa un sorriso ancora più storto verso destra e spiaccica qualcosa su Elisa, qualcosa che non capisco, poi ripete Mago del torrone tre o quattro volte di fila, almeno credo, prende e si allontana.

Lo vedo sparire dietro l’angolo, vorrei seguirlo, sento che dovrei, ma in questo istante ho da fare i conti con quel calcio nella pancia che mi sta piegando a metà. Con lui se ne va anche la speranza di vedere Elisa.

Improvvisamente tutto sparisce e mi sento completamente solo in mezzo a centinaia di persone.

*****

Sento freddo.

Apro gli occhi.

Cristo santo, mi sono addormentata! Come è successo?

Salto a sedere sul letto e mi guardo attorno come se lì mi ci avesse appoggiato qualcuno a mia insaputa.

Faccio mente locale: ricordo di essere entrata in camera, di essermi seduta sul letto e di aver osservato per qualche minuto, o forse sicuramente di più, ciò che rimaneva della mia scarpa rossa. Ricordo di aver pensato a Stampo, al nostro Natale di appena un anno fa, al fatto che mi manca un pezzo di anima da quando…

Ricordo di aver pianto.

Devo essermi addormentata. Che ore sono? Aldo mi stava aspettando povero Aldo, lo avevo promesso!

Mi giro di scatto verso la radiosveglia: 4:40. Cristo santo che cretina!

Prendo il cellulare per mandare un messaggio a Monia e … e ne trovo tredici suoi non letti.

Mentre li scorro, allo stesso ritmo in cui li leggo, sento il sangue nelle vene diventare sempre più gelido:

«Elisa Aldo è con te?»

«Eli ci sei?»

«Eli fammi sapere dove siete che passo. Lo porto a casa io!»

«Eli dove sei? Aldo non è tornato a casa!»

«Eli, aiuto, dimmi che è con te!»

È come se stessi vivendo in un fermo immagine, tutto è fisso come in una fotografia.

Non c’è mai stato così tanto silenzio attorno a me come in questo istante.

Lei è on-line.

La chiamo:

«Moni, sono io, perdonami! Ho fatto un casino, mi sono addorment …»

M’interrompe.

Aldo non è tornato a casa. Aldo non si trova.

Rimango così, immobile, ghiacciata, seduta sul bordo del mio letto sfatto.

Non può essere che un incubo. Lo è senza dubbio. Di certo sto dormendo…ancora.

*****

I primi raggi dell’alba filtrano dalla serranda del furgone.

È stata una notte difficile!

C’è mancato poco che Giacomo facesse saltare una tradizione lunga centinaia di anni. Lui l’erede unico della dinastia del Mago del Torrone, cento anni di storia, dal 1890, come recitava la scritta dorata su azzurro antico del furgone.

Cento e più anni di tradizione che lui stava per mandare in fumo. Tutto per colpa di quel nuovo fornitore di nocciole che gli aveva rifilato una sola pazzesca, nocciole scadenti e amare per il torrone del Natale.

Giacomo non riusciva a immaginare nulla di più grave e imperdonabile, nessun crimine peggiore, lui che nulla aveva nella sua vita che non fosse a servizio di quella storica attività di famiglia. Persino sua moglie se n’era andata, ormai stanca di esser soltanto un pezzo di arredamento, anche se in una casa meravigliosa. Era andata via, una mattina come tante mentre Giacomo era al lavoro. Si era portata via anche i bambini. Giacomo era rientrato, aveva capito e non aveva nemmeno letto quel messaggio lasciato sul mobile all’ingresso, quello color bianco torrone che lui aveva tanto voluto regalarle al primo anniversario. Non aveva mai letto quel biglietto, non ne aveva bisogno.

Giacomo non aveva mai pianto e non li aveva mai cercati.

Aveva invece cercato immediatamente quel truffatore disonesto, venditore di nocciole, era riuscito a recuperare in extremis i suoi soldi e a rimediare qualcosa di meglio all’ultimo minuto.

Partito in ritardo, aveva guidato tutto il pomeriggio senza mai fermarsi, ma alla fine aveva recuperato, ce l’aveva fatta. Giacomo unico e ora ultimo erede di una generazione di artigiani del torrone, ma non uno qualsiasi, un torrone di qualità, non quelli che trovi al supermercato o sulle bancarelle delle sagre di paese fatti con zucchero commerciale e frutta secca di chi sa dove.

Questo pensa Giacomo mentre s’ infila la sua camicia bianca perfettamente stirata e il grembiule rosso porpora di suo padre. Non avrebbe potuto fare nulla di diverso lui, Giacomo, che sognava di fare l’ingegnere, senza in realtà neanche ben sapere di cosa si trattasse.

Non c’era scampo nella sua famiglia: trisnonni, bisnonni, nonni, papà e ora lui unico figlio maschio.

Questo pensa Giacomo mentre apre la serranda del furgoncino azzurro con le scritte dorate. Pensa che c’era mancato poco, e che suo padre non gli avrebbe mai perdonato un errore così grave, nemmeno dalla stanza della casa di riposo dove si trova allettato e immobile in stato catatonico ormai da cinque anni.

Questo pensa Giacomo quando, girando attorno al furgone, ben attento che nessuno lo veda, raddrizza la decorazione dorata attorno al passaruota anteriore destro.

Non si vede nulla per fortuna, nessun danno, e pensare che aveva quasi rischiato di mandare a rotoli quel Natale 1998, per colpa di quell’idiota con la bocca storta verso destra che era sbucato improvvisamente dal buio della strada sbracciandosi come un pazzo. Lo aveva spaventato a morte quel pazzo.

Questo pensa Giacomo mentre ripone sul bancone gli ultimi pezzi di croccante di mandorle, pensa che ci vorrà un po’ prima che qualcuno lo trovi sul fondo del canale in cui è stato sbalzato dall’urto con il furgone, almeno un paio di settimane, giusto il tempo che gli serve prima di ripartire all’alba del 7 gennaio.

Giacomo pensa che del resto è Natale ora, che a Natale la gente non ha tempo per le cose tristi, il Mago del Torrone è dove deve essere e questo è tutto quello che conta.

A OGNI COSTO è un racconto di Sara Stroppa

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