IL DESTINO DI UN IMPERO di Flavia Trezza

Foto di falco da Pixabay 

La tempesta infuriava nella fredda Germania, nella quale il maltempo non dava segni di voler cessare il suo moto confuso e impetuoso.

La neve era così fitta che impediva di distinguere i lineamenti di quella terra, ultima erede del più grande impero mai esistito.

Tra gli assordanti sibili del vento si perdevano i versi impauriti del bestiame, che scalpitava ad ogni boato della tormenta.

I contadini nei campi temevano la rovina del loro prezioso raccolto, già immaginando un domani di fame e povertà.

E mentre pregavano Dio di proteggere la loro unica fonte di sostentamento, rifugiati nelle loro spoglie e gelide case, preoccupati e angosciati dalla prospettiva di un futuro incerto, i grandi signori di Germania si riscaldavano davanti ai camini dei loro saloncini, rimpinguati continuamente di legna, guardando alla tempesta più con noia che con allarmismo: infondo la tempesta, recava loro solo fastidio con tutto quel rumoreggiare di lampi e tuoni. 

Ottone si incantava a guardare la tormenta nel suo divenire, nonostante fosse costretto, per qualche breve secondo, a distogliere lo sguardo, portando la sua attenzione ad altro che non fosse quello scontro infernale degli elementi: i suoi occhi, stanchi dalle lunghe veglie notturne che la malattia lo costringeva a subire, oltre al dolore fisico che già lo provava, erano troppo deboli per sostenere la dinamicità di quella visione straordinaria. 

E in quei brevi attimi in cui lasciava che la mente si distraesse dalla tempesta, cercando con lo sguardo assente la sua immagine diafana, riflessa nelle ampie vetrate della sua camera, pensava al suo regno lì fuori, esposto senza difese alcune alla furia dei cieli.

“Chissà se questo ululare del vento non sia il suono del corno dell’Angelo della Morte, che annunzia in tutto il mio impero la partenza imminente per quel viaggio, da cui nessuno più ritorna”.

In questi momenti di lucidità, dove la tempesta perdeva tutto il suo fascino, nella sua testa si scrivevano lunghi soliloqui, che si potevano riassumere in un’unica rilevante – e forse anche ovvia viste le sue condizioni – proposizione: l’eterno esilio della sua anima dal corpo terreno.

“Non è questa neve il coperchio del sepolcro che Dio mi prepara, il quale nasconderà il mio corpo peccatore alla Storia? Un ulteriore strato, da aggiungere alla terra che mi avrà già inghiottito in sé”.

La consapevolezza di illudersi, ma continuare a sperare che nulla di tutto ciò avrà realtà. Un gusto acre alla bocca, difficile da assaporare seppur allo stesso modo liberarsene: Ottone avrebbe lasciato la sua più grande ambizione nelle mani di un’altra guida, la quale al primo passo falso, avrebbe perso tutto, feudo dopo feudo.

Come poteva non masticare il fatto, digerendo a fatica il tutto, nella sua gravità e inesorabilità? 

Sopraffatto dal suo sentire, versava lacrime silenziose, che indiscrete gli bagnavano il viso, come ruscelli che, ancora alla foce, umidiscono il loro letto.

Ci può essere male peggiore per un uomo d’arme, che aveva avuto le capacità e l’ingegno di riproporre alla storia un nuovo romano impero?

Proprio a lui adesso questo insignificante malessere febbrile lo vinceva.

Lui che neanche gli Ungari riuscirono a sconfiggerlo, cacciati dalla sua terra da Ottone stesso; lui che riconquistò i territori tedeschi dell’Est sottratti dagli Slavi; lui che in Italia aveva esercitato la sua supremazia, dove la stessa massima autorità religiosa della Chiesa non poteva che sottomettersi al suo volere. 

In questo suo delirio interiore misto tra rabbia e sconforto, non poteva che sentire la vergogna su di sé.

Avrebbe preferito che la sua più grande ambizione fosse andata distrutta assieme a lui, caduta sotto le armi nemiche dopo aver sputato il sangue e l’anima per difenderla: le ceneri di essa, sarebbero state un migliore conforto del letto in cui ora giaceva. 

Come sarebbe stato ritratto nella memoria dei posteri?

Così malato nella sua camera, spogliato di tutte le sue conquiste e successi?

Lo stato d’ansia per le incertezze del futuro era ormai una costante che, con l’avanzare della malattia, diventava sempre più persistente.

Ansia: uno stato d’animo anomalo per lui che neanche durante le campagne belliche aveva provato, e questo lo spaventava.

I battenti delle grandi porte della camera cigolarono, e lo stridio lo trasse fuori dalla matassa dei suoi pensieri.

Passi calmi e cadenzati riecheggiarono in tutta la stanza: la tempesta si era placata in un momento, solo quel ritmo quasi musicale era rimasto a scandire il silenzio del tempo.

Ovunque avrebbe potuto riconoscere quel passo che, un tempo agile e vezzoso, era ora zoppicante e appesantito dagli anni della vecchiaia. 

Un passo ben preciso, che aveva fissato nella sua mente fin da quel loro primo incontro a Pavia.

Nonostante tutti i suoi mali, quello era un ricordo così dolce da alleviare ogni tomento, se non proprio dimenticarli per brevi istanti.

Ancora era impressa nella sua mente l’immagine di lei mentre scendeva da cavallo, incamminandosi verso di lui con quel passo grazioso da fanciulla, ma deciso come della regina che era. Il viso sorridente e imperturbato sembrava quasi aver dimenticato le torture, le privazioni e le costrizioni a cui Berengario II l’aveva sottoposta.

Ottone ne era rimasto veramente colpito: una donna così giovane, dall’aspetto così delicato, aveva avuto la tempra e la fermezza di reagire alla sua condizione di prigionia, senza mai arrendersi al nemico, elaborando invece nuove strategie fin a quando non aveva trionfato su di esso.

Fu proprio questa realizzazione, che lo portò a credere che la vedova di Lotario II, avrebbe avuto l’indole adatta per fregiarsi del futuro oneroso titolo di imperatrice. 

Ripensando a quella nuova riaffiorata memoria, Ottone rialzò gli occhi alla realtà, trovando tutt’a un tratto la certezza nell’avvenire e la consolazione che il suo impero non sarebbe crollato così facilmente: quella donna, ormai non più nel fiore degli anni, era stata la sua fedele compagna da quel loro primo incontro a Pavia, e non ci sarebbe stata altra persona a cui avrebbe affidato la guida del suo regno; una persona che era certo avrebbe continuato a difenderlo in suo nome, sino alla morte. 

I passi si interruppero quando raggiunsero il letto dove Ottone giaceva sofferente.

Lei gli prese la mano e la mise fra le sue, stringendola al cuore, come se non fosse ancora pronta a lasciarlo andar via.

Lui la guardò negli occhi, quegli occhi fermi e sinceri che per la loro intera vita assieme, l’avevano accompagnato dovunque.

Adesso quelli stessi tremavano impauriti, tradendo con qualche lacrima la loro agonia. 

«A… Adelaide» sussurrò Ottone con un sibilo di voce.

Contemplò per l’ultima volta la bellezza di quel viso: prezioso ricordo prima di spirare, abbandonando la vita sino alla fine dei tempi. 

Così giungeva a termine, in una fredda giornata di maggio del 973, la grandiosa vita di Ottone I di Sassonia, imperatore del Sacro Romano Impero di stirpe germanica.

IL DESTINO DI UN IMPERO è un racconto di Flavia Trezza

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