LE CONSEGUENZE DI UNA RAPINA di Francesco Pellegrini

Mi auguravo che non si fosse allontanato troppo.

Un leggero stordimento accompagnava la mia ricerca ostinata. Ero stato tramortito, ma mi ero rimesso in forze meravigliandomi della mia capacità di recupero.

Ero convinto che il mio socio infedele si stesse aggirando nei dintorni. Davvero non poteva essere andato molto lontano. Invero non doveva essere trascorso molto tempo dacché ero svenuto.

Non poteva essersela svignata con l’automobile, poiché questa continuava a stazionare dove l’avevamo parcheggiata in precedenza.

Quella di svolare via in macchina sarebbe stata la scelta più ovvia verso la quale propendere, ma chissà perché il mio socio aveva optato per una via di fuga alternativa. Non poteva che trovarsi nei dintorni e molto probabilmente appiedato, a meno che non avesse trovato qualche mezzo di trasporto che lo avesse proiettato il più lontano possibile rispetto alle sue gambe.

Per quanto mi sembrasse alquanto improbabile che avesse elaborata una via di fuga articolata e imprevedibile, nondimeno trovarsi nei pressi di un bosco ignoto avrebbe potuto ispirargli una certa originalità di pensiero. Qualora non avesse voluto avventurarsi nel bosco, avrebbe potuto ripercorrere a ritroso la strada che avevamo fatta per arrivare.

Il mio socio fedifrago non era di certo un’aquila, ma difficilmente avrebbe commesso l’errore di scapicollarsi a valle, considerata la posizione strategica e privilegiata nella quale mi sarei trovato nel caso in cui in breve tempo fossi rinvenuto dallo svenimento.

Avrei subito instradato il mio sguardo facendolo scivolare verso il basso, attraverso la serpentina di viabilità che zigzagava digradando lungo la morbida erta che portava a valle, e l’avrei beccato di sicuro! Avrei presa la macchina qui accanto e me lo sarei andato a prendere, quel bastardo!

Ma non accadde nulla di tutto ciò, ed è per questo che presi la via del bosco.

Ora che guardingo mi addentravo nella boscaglia, districandomi nel bel mezzo della vegetazione che ostacolava il mio passaggio, non mi ero ancora abituato all’idea che avesse osato ingannarmi, ma d’altronde, quando si manifesta la risoluzione estrema di latitare nell’intrigo, ogni sentiero mendace è percorribile.

Considerato ciò, avrei potuto autocommiserarmi essendo partecipe di questa deriva, ma in un frangente del genere e date le tempistiche, non me lo sarei potuto permettere.

A onore del vero ero partito con le migliori intenzioni, deciso a dividere i proventi della refurtiva in parti uguali. Avrei potuto perdonargli il fatto di aver pensato lo potessi fregare (legittimo), era escluso invece che lo perdonassi per aver interpretato questo pensiero con tale violenza da tradurlo decisamente in atto con le maniere forti.

L’oggetto contundente che mi aveva procurato un dolore lancinante alla testa mi aveva altresì fatto uscire dai gangheri. Era fuor di dubbio che mi sarei dovuto abituare velocemente all’idea di essere stato vittima di un affronto così sordido che aveva completamente dissolto quel sentimento di fiducia reciproca che ci aveva accompagnato finora.

La mia fiducia era stata ahimè scioccamente malriposta, la sua aveva abusato della mia capacità di sopportazione.

A caldo mi sarei voluto vendicare nella maniera peggiore, ma ero abbastanza consapevole che con il trascorrere del tempo i miei pensieri nefasti si sarebbero ammorbiditi e, qualora me lo fossi trovato di fronte, non sarei stato poi così sicuro di essere animato dalla stessa rabbia che stavo provando in questo preciso momento.

Mi ero inoltrato nel bosco preoccupandomi di attutire il trepestio dei miei passi per non rivelare la mia presenza. Non era escluso che il mio socio si fosse appartato e mi stesse attendendo per un agguato. Poteva trovarsi dappertutto.

Affidandomi alle mie capacità uditive tentavo di discernere i rumori alieni rappresentati dai presunti movimenti del mio socio (purché non vi fosse qualcun altro) da quelli propri della vita silvestre.

Chiusi gli occhi e mi fermai per un momento in un luogo adombrato per meglio captare i rumori e per meglio potermi concentrare su quelli che più mi interessavano alla disperata ricerca di qualcosa che mi potesse guidare verso la sua presenza. Era una pratica tanto ridicola quanto infruttuosa. Ciò che sarebbe risultato apparentemente più produttivo era cercare tracce fresche sul terreno che l’umidità del sottobosco poteva aver conservate.

Persuasomi che dovesse aver architettato la sua via di fuga coscienziosamente, ritenni che avesse imboccato il sentiero in principio, per poi far perdere le sue tracce, deviando dal percorso originario, ma in quale punto di preciso? In un punto dove le sue tracce sarebbero rimaste, rapprendendosi per diverso tempo, o si sarebbero dissolte nel breve periodo?

Camminavo speditamente in completa tensione fisica ed emotiva, di qua e di là, senza una meta precisa. Mi industriavo per rilevare tracce fresche o ascoltavo i rumori silvani che mi circondavano alla ricerca di qualche suono prodotto dall’uomo, ma senza risultati concreti che mi facessero propendere verso una direzione ipotetica.

Avevo percorso per un breve tragitto il sentiero che si inoltrava nel bosco e che aveva il suo cominciamento ai piedi del casolare nel quale ci eravamo dati convegno dopo la rapina. Mi ero dovuto per forza convincere che la mia strategia si allineasse almeno quel poco con quel che aveva escogitato il traditore. Non mi ero mai dovuto trovare nella condizione di dover pensare come lui, ma era giunto il momento di farlo, o almeno tentare.

La coltre di foglie che ricopriva il terreno all’intorno non era di per sé in grado di attenuare l’agitazione che mi sommoveva dall’interno.

A un tratto ebbi il desiderio di fermarmi, quasi indotto dal bisogno di interpretare l’accostamento opprimente degli eventi. Avevo altresì il fiato mozzo. Provavo una collera enorme per l’affronto subito, ma mantenevo nondimeno un’esigua speranza di essere caduto in fallo accusando il mio socio ingiustamente. In un secondo momento avevo cercato di convincermi ci fosse stato un equivoco, ma era difficile trovare garanzie che potessero supportare questo assunto.

Mi fermai d’un tratto sentendo o forse intuendo di sentire un rumore seppur fievole. Trattenni il fiato per un istante e lo scaraventai fuori con un ruggito silente. Non volevo farmi sentire. Il collo mi s’irrigidì fino al parossismo finché i muscoli facciali tornarono a rilassarsi.

Avevo accartocciato le mani in pugni per confinare la rabbia e le avevo ficcate nelle tasche dei pantaloni. Le unghie esitavano a lacerare la pelle delle palme, ma avvertivo che non avrebbero tardato a provocare una leggera fitta scavando liberamente nell’epidermide. Le cuciture delle tasche sembravano allentarsi, sforzate dalla pressione esercitata dalle braccia tese verso il basso.

Accanto a me c’era un albero dietro al quale mi nascosi per sfuggire alla presunta sorgente dalla quale era sopraggiunto alle mie orecchie quel flebile rumore.

Avevo ancora le mani affondate nelle tasche. Trovai una moneta nel fondo di una di esse. La afferrai e la scagliai con rabbia verso quella sorgente, senza aver inquadrato un bersaglio preciso, in un punto indefinito, immerso nella foschia aleggiante nell’aria e inframmezzo all’intrico dei rami. Era un gesto quasi istintivo che speravo mi aiutasse pure a scaricare la tensione.

Sentii qualcuno guaire imprecando a pochi passi da me.

Poi uno sparo smorzato a terra.

Ero disorientato, ma mi armai del giusto coraggio. Senza esitazione mi scagliai verso la sorgente che stava assumendo i contorni umani di un individuo di mezza età.

L’intrico dei rami che ci separava non rappresentò un grosso impedimento. Istintivamente mi convinsi di aver preso la giusta decisione. Mi avventai alle spalle di quell’uomo che appena gli fui a contatto mi si era appena girato di fronte. Dall’impatto scivolò sul terreno, ed io con lui, e andò a sbattere con la testa su una roccia affiorante dal terreno e nascosta dal muschio.

Appena la testa cozzò sulla roccia sul suo volto aleggiava un’espressione dolorosamente incredula. Un’incredulità che si dipinse anche sul mio volto nel momento in cui riconobbi in quell’uomo il ricettatore con il quale avremmo dovuto avere lo scambio proprio quel pomeriggio. Un odore di grafite si innalzava dalla terra. Il sangue colava dalla testa dell’uomo reclamando la terra.

Mi alzai spaventato dalla maschera orrorifica che gli si era impressa in faccia. Non era certo l’epilogo che avevo previsto. In realtà quando di puro istinto mi ero avventato alle sue spalle, non avevo stimato che potesse accadere l’imponderabile. Lo sparo mi aveva azionato come una molla. Mi sarebbe bastato solo metterlo fuori combattimento per proteggere la mia incolumità, ed invece l’avevo ammazzato.

Tuttavia, le mie considerazioni pietistiche nei confronti della buonanima che avevo avviato all’altro mondo furono subito suscettibili di rivalutazione e ridimensionamento.

La figura supina a braccia distese rivelava che l’idea di offendere era stata presa seriamente in considerazione. Dalla sua mano destra spuntava una rivoltella che nonostante l’impatto con il terreno rimaneva saldamente tra le sue grinfie, quasi a fare da monito a coloro i quali lo avessero voluto sfidare anche da morto. Qualsiasi fosse stata la sua attitudine nell’aldilà, mi preoccupai di non dargliene pensiero appropriandomi di quello che ritenevo non gli sarebbe più servito.

La situazione sembrava farsi particolarmente ingarbugliata, ma non serviva fare un’escursione perigliosa nella più fervida fantasia per capire che qualcuno aveva voluto incastrarmi di proposito.

Ora che avevo una pistola tra le mie mani potevo sentirmi più al sicuro.

Cercai di ragionare in modo semplice e lineare; avviai con scarsa passione un ragionamento da ladruncoli incalliti ma poco brillanti d’acume che si sollazzano a fare il doppio gioco e pensano di escogitare un piano più ingegnoso del piano originario spocchiosamente certi che non sarà mai smascherato dalla vittima dell’intrigo.

Perciò attesi. Attesi anche se la compagnia di un cadavere mi avrebbe messo a disagio. Come recita il proverbio cinese avrei dovuto solo attendere.

Il ricettatore avrà sicuramente dato appuntamento al mio malavveduto socio, indegno di qualsiasi epiteto, in questo luogo preciso, discreto, poco frequentato, ubertoso. Mi bastava attendere, benché subito mi sovvenne che il traditore avrebbe dovuto essersi trovato largamente in anticipo sulla tabella di marcia, a meno che non si stesse organizzando per imbastire delle contromisure che lo potessero tutelare.

Le mie sicurezze stavano lentamente sgretolandosi e in un istante mi sentii privo di difesa, catapultato in una posizione svantaggiata. Stavo forse diventando paranoico? Trasformato da cacciatore in preda? Stavo ribaltando il mio ragionamento pratico, riconsiderando e rivalutando una qualche astuzia che il mio socio, insospettabilmente avveduto, non era assurdo pensare potesse aver escogitata.

Ero nel bel mezzo di questa burrascosa procella interiore allorché un trillo argentino mi riportò difilato alla realtà dei fatti. Vidi una fonte luminosa fare capolino da una tasca del giubbino smanicato del fu-ricettatore. Il display del suo smartphone si era illuminato.

Lo sfilai dalla tasca. Gli era appena arrivato un messaggio da una persona salvata con la denominazione “figlia”, che enunciava un semplice: “dove sei?”.

Il termine “figlia” in una visione tradizionale rimanda ad un’associazione automatica con la persona che di fatto ricopre universalmente questo ruolo. Il che mi fece supporre che sussistesse una coincidenza; non si poteva mai sapere però cosa frullasse nella testa di individui degenerati del genere. Senonché, da quel che avevo memoria, una figlia il tizio doveva pure avercela.

Ricordai di averla vista di sfuggita ad un precedente abboccamento e, da quel che avevo percepito, doveva esserci un qualche affetto che li collegasse ad una qualche effettiva parentela. Presi quindi per assodato fosse realmente sua figlia a scrivergli il messaggio.

Dovendo per forza di cose procedere con le mie riflessioni in un’unica direzione, ritenni quindi che la figlia dovesse avere a che fare in qualche modo con la faccenda ed in qualche modo dovesse trovarsi all’interno del bosco. Era cresciuta ormai e non era peregrino pensare che avesse sposato ben volentieri il mestiere del padre.

L’unico modo per saperlo era leggere i messaggi precedenti che presumibilmente avrebbero potuto avvalorare i miei sospetti, ma senza password non avrei potuto sbloccare il sistema ed accedere ai servizi.

Provai a colpo sicuro una delle banalità per eccellenza: i numeri di nascita. Cercai un documento all’interno del giubbino smanicato del ricettatore, digitai i numeri corrispondenti e feci centro.

Dai messaggi ebbi la conferma di essere stato raggirato da una combutta disdicevole. Tra i messaggi c’era una posizione risalente a pochi minuti prima. L’inganno mi si era palesemente rivelato e alimentava un desiderio di rivalsa che non mi era proprio, ma che date le circostanze non mi restava che condividerlo ed accettarlo.

Mi diressi verso la posizione indicatami dal navigatore. Non ero molto distante dalla meta, ma avrei dovuto comunque procedere con assoluta circospezione.

Sentii voci sguaiate in lontananza, mentre mi avvicinavo ad una radura. Era improbabile che fosse, o fossero, la persona che cercavo. La posizione non corrispondeva a quella impressa sullo schermo.

Preoccupandomi di non farmi notare, feci capolino per accertarmi della situazione e vidi due ragazzotti che stavano giocando a frisbee con particolare entusiasmo e trasporto fanciullesco.

Avrei dovuto aggirare la radura onde evitare di essere scorto, ma avrei allungato troppo il tragitto. Decisi che sarei corso all’altro capo della radura il più velocemente possibile. I due giovani erano troppo impegnati nel loro svago per badare a me, e se anche mi avessero notato, avrebbero avute delle difficoltà a procedere ad un riconoscimento nella malaugurata ipotesi mi fossi fatto beccare.

La tremenda consapevolezza di essere responsabile della morte di un uomo non mi faceva stare di certo tranquillo.

Presi una decisione repentina ed uscii allo scoperto. Correvo a perdifiato per ridurre la distanza che mi separava dall’altra parte della radura nel minor tempo possibile.

A metà strada percepii fin troppo distintamente una fitta lancinante all’occhio sinistro. Barcollai qua e là disorientato, finché l’istinto mi portò a spianare l’arma che avevo ancora in mano e non mi ero preoccupato di occultare.

Avvertii uno scalpiccio frenetico in avvicinamento e una voce indistinta che pareva voler richiamare la mia attenzione. Fu questione di un attimo durante il quale, spianata l’arma, inciampai sul frisbee, all’evidenza responsabile del mio momentaneo accecamento.

Per fortuna non persi l’equilibrio e riacquistata totalmente la vista adocchiai l’oggetto in questione. Sentii voci allarmate in allontanamento mentre recuperavo il frisbee che mi avrebbe fatto piacere riconsegnare ai due ragazzi, i quali però si erano subitaneamente dileguati. Decisi allora di appropriarmi del loro oggetto di svago. Avrebbe potuto fungere da oggetto contundente, ne avevo giusto avuto un assaggio sgradevole, l’ennesimo.

Era accaduto proprio come all’interno del casolare ai piedi del bosco.

Dopo la rapina alla gioielleria, ci eravamo fiondati al casolare ai piedi del bosco. L’idea di convenire in quel luogo ad un’ora diurna ancorché vi fosse la garanzia che non si aggirasse anima viva nei paraggi (che poi, garanzia da parte di chi?), mi aveva lasciato perplesso. Era stato il mio socio a definire i dettagli, io da parte mia mi ero incautamente fidato dei suoi agganci.

Era il primo colpo che avremmo condotto assieme, ma le sue referenze erano “eccellentissime”, a detta degli addetti al mestiere. Sicuramente “eccellentissime” per sbarazzarsi dei propri compagni di merenda, nel qual caso io, ma poi perché arrischiarsi così fino in fondo? Se avesse voluto sbarazzarsi di me, mi avrebbe potuto ammazzare, non gli era mai capitato? Probabile. Neppure a me a dire il vero. Ma ora che mi era più o meno capitato, avrei avuto degli scrupoli morali a premere il grilletto qualora mi fossi sentito in pericolo? Speravo non mi dovesse capitare in questa nuova forma. Non mi sarei voluto trovare nell’imbarazzante situazione di dover riconsiderare la mia etica professionale.

Il mio socio inqualificabile mi aveva colpito con un oggetto contundente particolarmente pesante.

Riavutomi dallo stordimento, mi ero messo alla ricerca di qualcosa che potesse rassomigliare anche alla lontana a qualcosa di pesante all’interno del casolare, ma quando realizzai che dovesse essersene sbarazzato nella più probabile delle ipotesi, mi misi immantinente alla sua di ricerca.

Mi stavo sempre più avvicinando alla meta. Ero abbastanza certo che fossero lì assieme nel vero luogo convenuto. Li trovai proprio lì tutti e due infatti. Lei appollaiata su un albero con un libro in una mano ed un lecca-lecca nell’altra in attesa del padre che sarebbe dovuto giungere a breve e si sarebbe dovuto sbarazzare del mio socio che aveva già provveduto a sbarazzarsi di me e al quale era stato detto di questa dilazione temporale, ma di non preoccuparsi perché era tutto sotto controllo, immaginavo; lui con i piedi poggiati a terra che quindi credeva alle parole della ragazza condite di una certa malizia e incomprensibilmente pareva sentirsi al sicuro pur avendo il bottino tra le mani tremebonde; io che vedendo il bottino tra le sue mani mi sarei potuto far ingolosire a tal punto da trascurare ogni esitazione al momento di premere il grilletto. Pareva tutto ben congegnato, a parte la mia presenza che sconvolgeva tutto l’impianto.

Nella mia posizione privilegiata anche in questo caso potevo colpire in piena coscienza, ma di vittime sulla coscienza non sapevo se me la sentivo di averne ancora.

Nella mano destra tenevo la pistola del ricettatore che ormai incollatasi alla mia mano pareva essere un tutt’uno con essa; nella mano sinistra invece avevo ancora il frisbee dei due ragazzi. La pistola con una mira discreta poteva uccidere, il frisbee con un’ottima mira poteva fare centro (talvolta anche una pessima mira poteva andare bene).

Vedevo il mio socio cominciare ad agitarsi con irreprimibile insofferenza.

Era normale che la provasse, più il tempo passava più sarebbe potuta occorrere una situazione spiacevole che sicuramente avrebbe preferito evitare. Io non ero morto e lui doveva esserne conscio.

Provavo un sottile e morboso piacere a vederlo così agitato, nei momenti che precedono l’evento nefasto. Perché una risoluzione l’avevo già presa, l’unica possibile, l’unica inevitabile.

Ebbene sì, avrei fatto secco il mio socio e poi avrei provato a colpire con il frisbee la ragazza appollaiata sull’albero per farla cadere. Se avessi sbagliato mira avrei potuto spararle addosso per farla scendere e prima che potesse mettere i piedi a terra le sarei stato appresso e mi sarei fatto dare anche il denaro pattuito per lo scambio; e se non lo avesse avuto con sé? Che fare poi? Beh, l’avrei potuta imbavagliare e legare ad un albero per poi decidere il da farsi, in un luogo nascosto dalla gente e magari mi sarei dovuto persino mascherare per non farmi riconoscere.

Meno male che avevo la mia classica maschera da rapina che mi aveva accompagnato così fedelmente finora.

Sparai al mio socio e lo feci secco al primo colpo, crollò a terra con un tonfo.

Mi rivelai alla ragazza che prese a scendere freneticamente dall’albero. Le lanciai addosso il frisbee, mirando alla testa, e la colpii all’altezza della tempia.

Perse l’equilibrio e rovinò a terra. Tentò di ricomporsi e riaversi velocemente dal dolore, ma io le ero già appresso.

Spianai la pistola e gliela misi in quella sua bocca che aveva aperto dallo stupore.

“Chi sei?”, mi chiese, con gli occhi strabuzzati; le risposi pacatamente, “Sono il Dio Cervo della Principessa Mononoke!”

“Bella maschera!”, bofonchiò la figlia del ricettatore con ancora la canna della pistola infilata in bocca.

Non pareva per nulla turbata da questo nuovo sviluppo inaspettato. O per lo meno avrei potuto considerare questa esclamazione quale esternazione venutale in mente di botto per scongiurare che riafferrassi la stessa risoluzione appena abbracciata per soffocare il mio socio in una spirale impalpabile di cordite mortifera.

Manteneva una calma che avrei fatto difficoltà a definire apparente tanto sembrava permearla interamente un’aura di autentica imperturbabilità. Era forse sua intenzione muovermi a compassione attraverso un apprezzamento amichevole che allentasse la tensione del momento? Era forse azzardato presumere che ostentasse una certa sicurezza nel ritenere che l’avrei risparmiata a differenza del mio socio?

Il mio socio era per l’appunto lì accanto, spirato, disteso in un’innaturale posizione prona. Nessuna esitazione nel freddarlo.

Non mi ero fatto alcuno scrupolo di coscienza che potesse impedire al mio socio di accompagnarsi nella morte al fu-ricettatore. Durante il tragitto mi ero promesso e ripromesso che avrei agito a seconda del primo pensiero che mi fosse venuto in mente nel preciso istante in cui l’avessi visto.

 La pistola che avevo saldamente nella mia mano destra aveva cominciato a sollevarsi automaticamente appena inquadrato il mio socio nel mio campo visivo. Avevo ricavato un pertugio tra l’intrico dei rami mentre rimanevo opportunamente nascosto inframmezzo alla vegetazione. Avevo sparato confidando in una mira decente e il risultato fu al di sopra delle aspettative. A mio bell’agio avevo potuto constatare come fosse accorsa a sostenermi la fortuna del semi-principiante nell’accoppare il mio socio al primo colpo. Neppure il tempo di congratularmi con me stesso per il successo al primo colpo che dovetti preoccuparmi subito della ragazza che aveva preso a scendere in fretta e furia dall’albero.

Uscendo maestosamente dall’intrico della vegetazione che fino ad allora mi aveva tenuto nascosto le avevo palesato la mia presenza nelle vesti di novello “deus ex machina” di una tragedia di tutti i giorni; o meglio nelle vesti di un essere umano d’oggigiorno che indossa una maschera divina convenientemente selezionata per aderire ancor di più al personaggio e al suo ruolo risolutivo.

Il “Dio Cervo della Principessa Mononoke” mi aveva accompagnato nelle mie precedenti peripezie delinquenziali con eccellenti risultati. La maschera in questione sarebbe servita ancora per occultare le mie sembianze e modificare la mia voce.

 A conti fatti sarebbe stata ovvia conseguenza che mi sbarazzassi anche della figlia del ricettatore quale testimone della concatenazione di eventi che aveva condotto a questa fase di stallo con la canna della pistola che sembrava un fallo nella sua bocca.

La ragazza doveva essere consapevole che non vi sarebbe stata alcuna alternativa a questo tristo epilogo. Eppure, l’espressione disegnatale in volto non mi suggeriva che stesse profetizzando eventuali decisioni perentorie che avrei prese in merito al suo destino inclemente.

Giocoforza le avrei dovute prendere nonostante fossi mascherato all’occorrenza. Sparare e scappare; non esistevano vie di fuga alternative. Sparare e scappare? Presi a ripetermi questa coppia di verbi come una cantilena finché non trovai un altro verbo che potesse accoppiarsi in questo menage di verbi e che aveva una qualche assonanza con l’ultimo di essi.

Sin prima di colpire avevo pensato che l’avrei potuta legare ad un albero nel caso si fosse ripresa dalla mia prima aggressione.

Era chiaro che in previsione di sviluppi incerti dovevo assicurare a me stesso che questa fosse l’unica misura precauzionale affinché non sfuggisse (esclusa la morte).

Poi avrei pensato sul da farsi; il “da farsi” come ciò su cui riflettere coscienziosamente per prendere decisioni giuste. Ora che il momento era giunto non mi sarei potuto esimere dal prendere la decisione che reputavo giusta.

L’idea che mi insinuò il verbo la cui assonanza con “scappare” era agevolmente intuibile pose in secondo piano qualsiasi altra idea potessi concepire in alternativa. Concedermi una sveltina sarebbe stato un peccato veniale considerate le vette estreme alle quali ero pervenuto sinora. Il ricordo dell’esperienza vissuta nell’atto di uccidere avrebbe dissipato qualsiasi remora al confronto mi fosse capitato di provare davanti a questioni di minore entità. Non si sarebbe dato trattarsi di stupro poiché l’argomento solido che avevo nella mia mano destra l’avrebbe trovata di sicuro consenziente.

Le tirai fuori la canna della pistola dalla bocca. Le intimai di spogliarsi senza preoccuparmi d’altro che fosse d’attorno.

Avevo il mio socio lì nei pressi assieme alla valigetta con la refurtiva a poca distanza. Sentivo di avere il pieno controllo della situazione; sentivo che se avessi fatto in fretta me ne sarei potuto andare con la valigetta della refurtiva così rocambolescamente recuperata dalle grinfie del mio socio infedele. Qualche minuto di piacere gaudente e me ne sarei andato. Avrei atteso che si spogliasse e l’avrei legata… Legata?!

Eh già, non so per quale motivo avessi potuto pensare di legarla, quando un qualcosa con cui poterlo fare non si individuava nei paraggi.

Non ci fu bisogno ad ogni modo di attendere che muovesse muscolo per spogliarsi. Non vi si era adoperata ed i muscoli li aveva solo mossi per incrociare le braccia. Un atteggiamento di sfida mi comunicava che non si sarebbe piegata di buon grado al mio volere, nemmeno nel caso in cui avessi sostenuto con più fervore l’argomento solido che avevo in mano.

“Non ci penso nemmeno!”, proruppe perentoria. Sosteneva impassibile il mio sguardo, sebbene la maschera alquanto bizzarra che avevo indosso le potesse ispirare ben altre espressioni che mettessero a dura prova il suo contegno.

Le avrei voluto spiegare la situazione in cui si trovava in quel momento, ma la retorica sarebbe stata superflua dacché ero certo del fatto che il mio interlocutore sapesse esattamente di trovarsi in posizione ampiamente svantaggiata. La sua stupefacente spavalderia non poteva che essere spiegata se non dall’esistenza o dall’elaborazione di qualche contromisura che potesse venirle in soccorso.

Ciò che sconcertava è che non poteva non credere che non mi sarei fatto problemi ad ammazzarla.

Non me ne ero fatti con il mio socio e neppure per il presunto padre avevo provato rimorso per aver provocata una morte accidentale. Per un istante mi sovvenne quanto la ragazza non avesse menzionato il padre nemmeno una volta.

Nella mia mano destra stringevo la pistola di quello che fin prima reputavo padre e che invece in quel momento non ero poi così sicuro lo fosse.

La ragazza doveva essersi accorta dell’appartenenza della pistola. Poteva aver sentito pure lo sparo in lontananza. Eppure, non sembrava dolersene. Non sembrava essere dispiaciuta per il presentimento fondato che al padre fosse successo qualcosa di male. Poteva benissimo darsi che non le dispiacesse affatto. Poteva benissimo darsi che indossasse anche lei una maschera ma di una freddezza glaciale tanto da escludere l’evenienza che trapelasse alcunché di sentimentale. O semplicemente poteva benissimo darsi che non fosse sua figlia come all’inizio avevo pensato. La depravazione pareva averla vinta nella mente del fu-ricettatore. Non ero però così sicuro l’avesse tradotta in atto.

Cambiai strategia.

Le chiesi dove fosse il denaro pattuito per lo scambio.

Sorprendentemente mi rispose di averlo con sé e si trovava proprio lì girato l’angolo.

L’albero sul quale poco prima era appollaiata quella che pareva non essere più la figlia del ricettatore aveva un tronco dall’ampia circonferenza nonché svettante ad altezza notevole per promanare i suoi rami che si irradiavano in diverse direzioni centrifughe e che avevano impedito ad altri alberi di crescervi a ridosso così da formarvi una piccola radura tutt’attorno. L’albero era talmente imponente che non mi ero accorto fin dapprima di ciò che vi era dietro e che copriva il mio campo visivo.

La seguii tenendola sempre sotto tiro.

Dalla parte opposta l’albero presentava una cavità ed all’interno vi era una valigetta.

La invitai a tirarla fuori e ad aprirla.

All’interno vi era il denaro pattuito che sarebbe servito per lo scambio. Non avevo tempo e nemmeno voglia per mettermi a contare il denaro, tutt’al più che non sarebbe stato necessario dal momento che me ne sarei andato via con entrambe le valigette.

Le intimai di chiudere la valigetta dopo essermi rapidamente sincerato del suo contenuto. Con la mano sinistra le feci cenno di passarmela senza fare storie.

Non ne fece e me la allungò tranquillamente.

Mentre così veniva effettuato il passaggio di proprietà mi avvidi di una corda legata ad un ramo che fuoriusciva a più di due metri di altezza da terra. Presumibilmente doveva essere stata usata dalla ragazza per facilitarsi la salita nell’atto di arrampicarsi. Se non avessi visto la corda legata al ramo quasi sopra alla mia testa molto probabilmente avrei ucciso la ragazza a bruciapelo. Se prima mi aveva opposto un rifiuto reciso, adesso che potevo vantare una corda con la quale legarla ben stretta al tronco dell’albero, l’avrei costretta a soddisfare i miei desideri carnali con la forza.

Ponderai che mi sarebbero servite entrambe le mani per legarla al tronco dell’albero, perché di fatto non si sarebbe legata da sé, sarebbe stato disagevole e, poiché obbligata, l’avrebbe fatto malvolentieri. Inoltre, valutando a spanne la lunghezza della corda arrivai a concludere che non sarebbe stata sufficiente. Avrei potuto servirmi della corda per legarla in altro modo, ad esempio ai polsi o attraverso incaprettamento, così poi da farla penzolare da terra appesa ad uno dei rami più robusti. Mi sarei potuto arrangiare con una sola mano anche se non ero poi così sicuro di farcela.

Non avevo altre opzioni possibili se non la morte della mia preda, la quale opzione ultima avrebbe offerta la via più semplice da percorrere, il sentiero ipotetico ed immaginario prima di quello reale e calpestabile.

Le esternai quanto avessi bisogno della sua collaborazione nel caso in cui volesse che le risparmiassi la vita. Sapevo di poter contare sulla sua volenterosa cooperazione; non avrebbe potuto oppormi un rifiuto anche stavolta.

Tuttavia, mentre mi auguravo che accettasse la mia proposta, mi si accese una lampadina alimentata dal ricordo dell’incoscienza pregressa. Il ricordo dello svenimento causatomi dal mio socio fedifrago sollecitò che ricorressi all’espediente del tramortimento (ma questa volta nelle vesti di aguzzino) per cautelarmi al fine di evitare che la ragazza potesse opporre resistenza e giocarmi qualche brutto scherzo.

Mi risolsi quindi di non darle il tempo di accettare la mia proposta (ammesso che davvero ne avesse avuta l’intenzione) e decisi di arrangiarmi da me con le risorse a mia disposizione.

Sollevai la pistola sopra la mia testa brandendola in maniera tale da volerla calare sulla testa della ragazza dalla parte del calcio.

Speravo che l’avrei stordita al primo colpo.

Mi volli preoccupare di agire in fretta per non darle la possibilità di abbozzare una consona difesa, ma ahimè non fui in grado di portare la mia opera a compimento.

Con ancora la mano sollevata in alto e determinata a calare sulla sua testa, mi capitò di riassaggiare la sensazione dolorosa avuta pochi minuti prima e che mi aveva fatto vacillare facendomi perdere la bussola per pochi istanti, gli stessi che servirono alla ragazza per disarmarmi e scambiare così i nostri ruoli.

Mi riebbi strofinandomi la tempia ancora percorsa da leggere fitte di dolore e feci per spianare un’arma che non avevo più saldamente in mano.

Rimisi a fuoco la scena attorno a me e la vidi empita dalla ragazza con la pistola che fin prima si trovava in mano mia e che adesso si trovava in mano sua e da due nuovi personaggi che ricordai vagamente di aver visto poc’anzi negli stessi panni di ragazzotti che giocavano a frisbee in un’ampia radura poco distante.

Istintivamente feci per sondare con lo sguardo lo spiazzo tutt’intorno a me a livello del terreno e vidi a pochi passi il frisbee con il quale avevo colpita la ragazza e che ricordavo di aver seguito con lo sguardo andarsi ad infilare in mezzo alla vegetazione proseguendo la sua traiettoria sbilenca.

Ci misi un istante infinitesimale per realizzare che avrei dovuto fronteggiare inerme una nuova combutta che ora come ora metteva in scena per il mio sommo dispiacere questi tre personaggi in un menage a trois dalle risultanze delinquenziali.

Erano stati rapidi e silenziosi ed efficienti come degli shinobi questi ragazzotti, i quali adesso avrei potuti definire ragazzacci, o forse ero io che soggiogato dall’eccitazione mi ero straniato da qualsiasi fenomeno circostante? Non era escluso che la ragazza avesse assecondati i loro movimenti ed i relativi suoni prodotti mascherandoli con qualche sua esternazione formulata e modulata alla bisogna.

Mi avevano incastrato.

A rincarare la dose venni umiliato da una collettiva risata sardonica elevata all’unisono.

Le tre figure incombevano su di me irridendomi per la mia dabbenaggine. La ragazza mi fissava con sguardo di compatimento. La sonora risata che avevano lasciato risuonare nell’aere per un tempo abbastanza lungo si era trasformata in un sorriso dileggiante che vedevo distintamente aleggiare tra le labbra della ragazza e che pareva dotarsi di sottintesi che sicuramente si ricollegavano a qualche punizione che avrei dovuto subire.

Sbeffeggiandomi con ironia sprezzante la ragazza mi intimò di spogliarmi, appropriandosi e riproponendo e quasi scimmiottando la baldanza con cui mi ero condotto nei suoi confronti fino a pochi istanti prima.

Se non lo avessi fatto mi avrebbe sparato di sicuro.

Considerai preferibile non opporre resistenza. Non era il caso che mi arrischiassi affrontando a parole la sua solida determinazione. Fui perciò costretto a fare ciò che mi aveva ordinato. I due ragazzacci intanto avevano recuperate entrambe le valigette e le si erano messi ai lati facendole da ali. Ognuno di loro aveva una valigetta che teneva ben stretta nella sua mano esterna.

Mi spogliai con tutta calma.

Non sollecitarono che accelerassi le operazioni.

Nel momento in cui feci per togliermi la maschera che seguitavo a tenere addosso la ragazza mi disse che non era necessario che mi togliessi anche quella. Non era animata dalla curiosità di guardarmi in faccia.

Venni umiliato e vilipeso nella mia dignità di uomo. Venni addirittura legato a mo’ di incaprettamento e fui trascinato attraverso il bosco nel mio costume adamitico ma con ancora indosso la maschera del Dio Cervo, la quale almeno mi conferiva una certa regalità in una misura però solamente consolatoria.

Il mio corpo trascinato a contatto del terreno veniva martoriato dal dolore che si concentrava in particolar modo nelle parti delicate all’altezza dell’inguine.

Soffrivo intensamente senza soluzione di continuità. Cercavo un placido rifugio d’incoscienza per sfuggire al tormento inesauribile, ma la cruda realtà mi si rivelava nella sua consueta e spietata forma. Cercavo di anestetizzare il dolore insopportabile, ma senza raccogliere alcun risultato proficuo se non quello nefasto di esiliarmi nella scansione di un tempo il cui termine non riuscivo a percepire.

Un tempo che il dolore aveva dilatato spropositatamente sembrandomi eterno giunse finalmente alla sua cessazione nel momento in cui raggiungemmo il crocevia nei pressi del quale si trovava il casolare dove ci eravamo dati convegno subito dopo la rapina. Lo si poteva considerare quale ultimo caseggiato prima di addentrarsi nel bosco. L’automobile con la quale eravamo giunti rimaneva parcheggiata lì accanto.

Il mio corpo era ricoperto di abrasioni sanguinolente.

Dall’espressione disegnatale in volto la ragazza sembrava esser paga di essersi assicurata un’ulteriore ricompensa in forma di vendetta perpetrata ai miei danni. Continuava a sorridere e canticchiare con somma soddisfazione personale. Anche i due ragazzacci che parevano farle da accompagnatori nonché guardie del corpo parteciparono al suo entusiasmo.

Mi legarono al palo di sostegno della segnaletica dei sentieri di montagna che stava infissa al crocicchio presso il quale ci eravamo fermati. Venni legato come un salame stante in piedi. Seguivo con il corpo eretto l’andamento del palo di sostegno. A me che rimanevo ignudo non fu data la possibilità di vestirmi. Avrei smesso volentieri il mio costume adamitico per indossarne uno vero e proprio.

Avanzai questa richiesta se non altro per una questione di mera decenza. Ero stato sconfitto su tutti i fronti e mi era stato tolto il maltolto da sotto il naso. Ora che avevano ottenuto ciò che desideravano, avrebbero potuto soddisfare la mia legittima richiesta di recuperare almeno la mia pudicizia.

La ragazza fu l’unica ad essere mossa a compassione.

Mi infilò il frisbee tra le spire della corda che mi avvinghiava, allentandola quel poco per coprirmi le parti basse. Una lodevole concessione che mi riconsegnava una piccola parte di quella dignità che nella sua interezza era andata irrimediabilmente perduta. Mi sovvenne un desiderio subitaneo di sputarle in faccia; l’avrei fatto di sicuro se non avessi avuto ancora la maschera addosso.

La vidi andare via sculettando e ancheggiando con movimenti inequivocabilmente ostentati di proposito per farmi irritare maggiormente.

Raggiunse i suoi ragazzacci agitando le braccia. Le allargò con apertura alare massima per abbracciarli con spensierato trasporto. In una mano faceva ciondolare le chiavi dell’automobile che ci aveva portato sin qui. Ora avrebbe avuto un nuovo proprietario.

I due ragazzacci replicarono con un sorriso a trentadue denti mentre facevano oscillare a loro volta le due valigette recuperate. Coprirono la distanza che li separava dall’automobile con la ragazza che in mezzo a loro avvolgeva i loro colli con le sue braccia avvicinandoli a sé come se fosse un segnale che rafforzasse la loro intima complicità.

Trattavasi in sostanza di un menage a trois la cui missione non era chiaro fin dove si potesse estendere.

Salirono all’interno dell’automobile e misero in moto e se ne andarono difilato. Condussi il mio sguardo attraverso la serpentina di viabilità che stavano percorrendo finché una sporgenza rocciosa non me li nascose definitivamente alla vista. Rimasi solo ancora per poco.

Finché non vidi un bambino in età da scuola elementare in sella ad una bicicletta scendere la strada asfaltata che portava al crocicchio. Era vestito e pitturato in viso nella foggia di un indiano d’America ed in mano teneva un arco giocattolo assieme ad una faretra piena di frecce anch’essa giocattolo sulle spalle. Mi vide legato al sostegno della segnaletica e si fermò accanto. Mi squadrò con sguardo perplesso. Incuriosito mi chiese per quale motivo fossi legato.

Mentre gli rispondevo che avrei soddisfatta la sua curiosità se solo mi avesse slegato, osservavo come si stesse soffermando con autentica meraviglia infantile sulla maschera del Dio Cervo. Mi comunicò furbescamente che mi avrebbe slegato se solo gli avessi regalata la suddetta maschera.

L’istinto infantile dell’accaparramento aveva risvegliata la sua latente bramosia. Non mi sarei privato della mia maschera, se non per un legame affettivo, almeno per una questione di sicurezza personale. Non mi sarei potuto arrischiare di essere identificato nemmeno trattandosi di un bambino quale testimone.

Opposi un rifiuto che fu interpretato dal bambino come un’offesa personale, essendo lui così sicuro del buon esito della transazione.

Si piantò impettito con i piedi a terra e la bicicletta tra le sue gambe. Sollevò l’arco e sfilò una freccia dalla faretra dietro la schiena. Incoccò la freccia pronto a scoccarla. Una grossa ventosa era attaccata alla sua estremità.

Il bambino scoccò la freccia la cui estremità a ventosa andò ad applicarsi al frisbee in mezzo alle mie gambe.

Si riprese la freccia con attaccato il frisbee e si dileguò sorridendo pestifero attraverso il sentiero di montagna che avevamo percorso per arrivare al casolare ai piedi del bosco.

Comments

  • 28/12/2023

    Ho cominciato a leggere le prime righe per curiosità e non mi sono più fermata! narrazione coinvolgente anche grazie ad un susseguirsi di colpi di scena collegati l’uno all’altro e, non ultima, ambientazione insolita ma estremamente suggestiva. Da scoprire!

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