MARIO di Andrea Negro

Foto di pixabay

A nove anni ho visto mia madre congiungersi carnalmente con un uomo diverso da papà.

Rientravo da scuola, avevo vomitato un paio di volte e la maestra mi aveva spedito a casa un’ora prima che finissero le lezioni.

Davanti al giardino era parcheggiata la bicicletta di Mario il postino.

Mi sono avvicinato alla finestra della cucina e li ho visti: al di là del vetro, Mamma era sdraiata di schiena sul tavolo, la gonna a fiori alzata fino ai fianchi, Mario le stava sopra, con i pantaloni alle caviglie, muovendosi avanti e indietro senza sosta.

Non capivo esattamente cosa facessero, sentivo però che c’era qualcosa di sporco, di non giusto.

Sono rimasto zitto e immobile, mentre mia madre e il postino sincronizzavano i corpi, troppo impegnati a sbuffare e inarcarsi per accorgersi della mia faccia incollata alla finestra.

Dopo un minuto, o un giorno, sono uscito dal giardino, mi sono nascosto nei cespugli di fianco alla strada e ho aspettato che Mario portasse la bicicletta lontano da casa.

Non ho parlato con nessuno di quella mattina, credo di averla sepolta in qualche remota cavità della coscienza, almeno fino a quando non ho visto Jack Nicholson e Jessica Lange replicare il copione andato in scena nella mia cucina.

Lì ho ricordato e capito: Mamma e il postino stavano facendo sesso, sul tavolo, adultero. Mi sono chiesto quante volte l’avessero fatto e perché. I miei si amavano, mi portavano al mare, al cinema, la sera commentavamo il telegiornale. Mi abbracciavano spesso, mi sorridevano, a volte lo facevano anche tra di loro, mai un litigio, solidi, uniti. Però Mamma scopava con Mario.

Cosa cercava? Evasione? Mia madre era inquieta, come me. E non lavorava, aveva lasciato il conservatorio per dedicarsi a me e Corrado. Quando siamo diventati grandi abbastanza per la scuola, è rimasta sola a casa, tra padelle e lavatrici, in perenne attesa di mio padre. Papà tornava tardi dalla ferramenta, si cenava, due ore di televisione e a letto. Sabato e domenica li passava in garage ad assemblare armadietti e sedie a dondolo, mentre Mamma ci insegnava a suonare il piano. A me piaceva quello scorrere del tempo, forse a lei no. Forse avrebbe voluto lasciarci da Nonna e scappare sulle Dolomiti col marito, anziché trovare spazio in salotto alle sue pregevoli opere in faggio. Oppure suonare Chopin per lui, incrociarne lo sguardo, rapito dalle mani pallide della moglie. O magari discutere forte, di pancia, e fare l’amore per fare pace. Ma era tutto così cristallizzato, tranne Mario, evidentemente.

L’ho rivisto, Mario, a teatro, qualche mese fa. Ero con Bea e Filippo, che avrebbe preferito un cartone della Marvel a Cecov. Il postino aitante e chiassoso dei miei ricordi sedeva in quarta fila, solo, appesantito. L’ho aspettato all’uscita, sembrava contento di rivedere il figlio della Rita e conoscerne la famiglia: come sta tua madre? Mamma era morta e le rughe di Mario si sono riempite di lacrime. Di cancro, Mario, l’anno scorso. Era tardi, Filippo sbadigliava, abbiamo salutato quel vecchio triste e ci siamo diretti alla macchina. Mentre attraversavo la strada, ho sentito le mani di Mario sulle spalle: Sebastiano… dimmi Mario, niente, salutami papà.

Dall’incontro a teatro, non passa giorno senza che pensi di andarlo a trovare: cosa volevi dirmi Mario? Che ti eri innamorato di Rita? Che volevate fuggire insieme? O che Mamma era solo una gran scopata? Poi l’ira si placa, rifletto e giungo ogni volta alla stessa conclusione: Mario mi ha visto, alla finestra, quella mattina, per un istante ha alzato la testa dal tavolo e l’ha girata verso di me, prima che scappassi. E nel cortile del teatro voleva scusarsi: perdonami Sebastiano, tua madre era infelice e io l’amavo. Non preoccuparti Mario, il bambino di nove anni è cresciuto, ha una bella moglie, un figlio, è uno stimato commercialista che suona il piano. Ma devo mettere il chiavistello alla porta dello studio. Filippo a volte entra all’improvviso e non può succedere che mi veda, a braghe calate, sopra una donna che non è sua madre.   

MARIO è un racconto di Andrea Negro

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