UN SOGNO AD OCCHI CHIUSI di Delia Cassani

Guardavo distratta il riflesso del suo sguardo dall’incrinatura del bicchiere.

Sentivo sciogliermi in bocca quell’odore salmastro di polvere e tabacco.

Mi sembrava di essere mia madre.

Non solleticava ancora la mia pelle al contatto con il suo corpo; semplicemente stavo lì, l’osservavo e pazientavo.

Mi rivolse lo sguardo: bello, penetrante, quasi da vittima sacrificale. Non seppi resistere, una lacrima già scalfiva il mio volto e tintinnava la sua malinconia sulla mia innocenza. Innocenza che nel corso degli anni stavo perdendo.

Decisi di tirare avanti, di non fermarmi. Decisi di dimenticarmi dei lividi sulle gambe e continuai a correre.  Mi alzai in fretta e furia, andavo diretta all’ufficio postale e caricavo i miei pensieri della sua immagine, ormai, da tempo scalfita nella mia memoria.

Una pietra, un uscio, un lume chiaro attrassero il mio sguardo e infine mi fermai. Socchiusi gli occhi, ero tutta sudata.

L’ufficio postale era a due passi da casa, ma io non stavo bene: acqua. Avevo bisogno di bere. Mi spinsi trafelata all’ingresso, chiesi un bicchiere d’acqua, me lo diedero senza problemi. Entrai, consegnai le carte di mio marito e ricevetti in cambio altrettante carte firmate, di quelle che non conosco, che non fanno per me e solo a guardarle mi si rizzano i capelli e i peli sulle braccia.

Era lunedì, i parrucchieri sono chiusi, la gente si godeva quel poco di aria fresca che aleggiava tra i tavoli sul selciato e quelli nascosti dietro alle tendine colorate della grande metropoli.

Non posso negarlo, qui il clima e l’atmosfera estiva e gioiosa trapela da tutti i pori, entra nella persona.

Mi lasciai coinvolgere dagli sguardi dei passanti, osservai le loro facce, i loro lineamenti, le loro pelli scalfite da tratti particolari: mi persi. Nella mia città, sotto a casa, mi persi. La mia mente vagava, il mio olfatto era assorbito dall’odore di spezie e peperoni freschi in vendita al mercato lì a due passi.

Per fortuna riconobbi l’ufficio postale, entrai ancora alla ricerca di un po’ di acqua per raccapezzarmi. Mi fecero sdraiare a terra, mi diedero dell’altra acqua e, a poco a poco, sentivo rinvigorirmi ed eccomi ancora qui, in piedi, tra una folla di curiosi e oziosi.

Sono le 3 del pomeriggio, la giornata è ancora lunga, le mie peripezie sono solo all’inizio.

 Mi guardo attorno, riconosco la sagoma di Lucia in lontananza, la chiamo.

Non si gira, probabilmente è indaffarata anche lei. Poi ad un tratto si volta, mi ha sentita e mi fa cenno con la mano di seguirla.

Corro da lei e l’accompagno all’ufficio passaporti. Sta per partire con la sua famiglia per l’America e deve rinnovare il suo passaporto. È allegra, felice, sta bene. Mi fa piacere vederla così sorridente.

Stamani è una bella giornata.

Ci sediamo in un bar vicino alla stazione, quello carino ma con la ragazza giovane che ti osserva sotto le ciglia con un fare strano quasi di fastidio.

Ma il bar non è male, tutto in legno colorato e ben arieggiato.

Lucia non prende niente. Ci tiene alla sua forma, io mi faccio tentare da una crema ricoperta di caffè e cacao e mi sciolgo un po’ in questa coccola di primo pomeriggio. Non ho mangiato e sono affamata, ma resisto, voglio mangiare una sola volta al giorno e voglio che sia con mio marito alla sera.

Lucia è una bella donna, io sfiguro di fronte alla sua bellezza. Ma fingo di non accorgermene e continuo a chiacchierare.

Domani sera ci vediamo io, Giorgio e suo marito Michele. Andiamo a casa loro, preparo le mie polpette solite e mi aspetto che Sabrina mi faccia quel regalo che le avevo chiesto: un bel tiramisù per dolce. Speriamo che se lo ricordi.

Sono già le 4 di pomeriggio, devo sbrigarmi, il mio affanno è tangibile.

Lucia se ne accorge, dice che devo smetterla di preoccuparmi e mi intima di lasciar stare i ricordi: “i fantasmi se li mangia il passato”.

Ma non mi convince.

Il passato qui irrompe sempre nel mio spirito. E tutte le volte che lo vedo, mi viene un tuffo al cuore, quasi non respiro.

Era lì accanto a me, seduto anche lui, mi guardava.

Non posso fingere di non averlo visto. Tutto il mio corpo parla di Lui. Bello, con quel fare tutto suo, paziente e geniale. Non accontentabile e serio, molto serio.

La mia immagine sfuma nella sua e il ricordo di quella notte affiora. Tra il rumore assordante dell’incendio, tra il fuoco delle fiamme, uno sguardo, uno solo, mi avrebbe potuto resuscitare: il suo.

È un miracolo se sono ancora viva ed il miracolo è il nostro incontro.

Da quel giorno la mia vita ha preso una piega diversa e le mie pulsioni sono tutte rivolte a lui.

Mio marito se ne accorge, beve in silenzio la sua colazione prima di andare al lavoro ed è furtivo, abbassa lo sguardo, sa di essere passato in secondo piano.

All’inizio era uno scherzo, un’allusione continua, una parola simpatica, un complimento, poi man mano con la vicinanza è passato ad essere l’argomento principale delle nostre conversazioni e, progressivamente, a sostituirsi ai nostri discorsi in tutta l’irrompenza della sua figura.

La mia mente da quel giorno non pensa ad altro.

E poi eccolo lì, seduto all’aperto nella mia città, sotto al portico delle mie corse da piccina, quelle che non vincevo mai, ma mi piaceva parteciparvi. 

Mi distraggo un attimo, ho bisogno di prendere fiato. È tardi devo proprio scappare. Fa caldo, troppo caldo per questa stagione, ma mi lascio cullare dall’aria tiepida del pomeriggio per svagarmi un po’ e lasciare correre la bianca scia dei miei pensieri che sta sempre là, a svolazzare nel vento tra la mia mente e la realtà.

L’autobus è immobile, in mezzo alla piazza, il suo colore arancio ricorda il fresco profumo dell’estate e la sua figura statica pare il soggetto d’un quadro di altri tempi.

Lisbona, 1990 ci sono stata in viaggio con mio marito agli albori della nostra relazione. Ancora ricordo la grande piazza centrale, quadrata, piena di artisti e circondata da molti fili elettrici che richiamavano i tram di tutta la città ad acclamare la fantasia di quegli individui per terra, al freddo, tra una pennellata e l’altra della loro ingegnosa arte.

L’autobus stava là, immobile e richiamava un sereno stelo di nostalgia per quei tempi della mia giovinezza dove tutto è passato e nulla ritorna.

Ed ecco che mi avvicino alla grande carcassa arancione, sta là, ferma, pare quasi vedermi mentre corro veloce verso di lei.

Afferro con la mano sinistra il palo dell’autobus per non cadere e mi do una spinta per salire i primi gradini, quelli più alti, vicino a terra.

Un odore a ferro antico pervade i miei sensi e mi pare di svenire. La rugginosa fila delle seggiole a metà fissate sulle pareti del grande viandante solletica la mia voglia di viaggiare lontano e di lasciar perdere per un istante, per un solo istante, tutte le indaffarate vicissitudini che mi tengono legata alla realtà.

Il dondolio solletica la mia fantasia e la strana vuotezza del mezzo dona un senso di pace che da troppo tempo non sentivo: è come un’aurea di vento e miele che svolazza tra me e la mia figura a metà tra la vita attiva e il sonno.

Sto là, ferma, cullata, quasi viziata da quell’atmosfera dolce e semplice di metà pomeriggio, le mie gambe si piegano in avanti e all’indietro, molli, il mio viso si perde nella contemplazione dei miei pensieri e la pelle pare distendersi come pane fresco sull’infarinata protuberanza delle mie gote.

Mi sembra di essere più giovane, più bella. Forse sono ancora tornata ai tempi di Lisbona, quando non avevo ancora avuto figli ed il mio istinto era quello dell’assoluta ricerca del piacere della vita, dell’amore alla vita.

Ora sono invecchiata, non cerco più nulla, sono distratta, goffa, avvilita.

Le mie amiche mi dicono che sembro ancora una ragazzina, ma so di essere molto più sciupata di loro. Meno curata, meno attenta al mio fisico… Meno viva.

Mi concedo ancora qualche minuto di torpore e volontariamente cerco di non muovere un muscolo per non far crollare la sensazione della giovinezza, ma ecco che alla prima fermata, un’orda di persone fa la sua apparizione nel sogno e la fragile sensazione della serena contemplazione del bello svanisce in un batter d’occhio. 

Devo sbrigarmi, Martina esce da scuola tra poco e se non arrivo in orario, le insegnanti mi sgrideranno per l’ennesima volta.

Non manca molto, premo il pulsante per la seguente fermata.

Non guardo nessuno in viso, lo stress mi fa concentrare solo su me stessa e così perdo parte dei dettagli della vita.

Corro via, scappo, scendo di fretta i gradini dell’autobus e saluto distratta una signora che mi osservava da un po’. Il grande edificio grigio mi fa quasi paura, da lontano, tra le viuzze strette, si erge il casermone. Le finestre e le porte sono piccole, colorate, ma il cemento della facciata incupisce la città.

Martina è immobile, davanti alle scale, vicino la maestra le dice di allacciarsi il cappotto. Non ho fatto tardi, per fortuna.

Ecco Mariangela, Susanna ed Erika che mi aspettano all’uscita di scuola.

Sono contenta di vederle, mi danno un senso di sicurezza, di uguaglianza.

Non le conosco bene, ma la loro presenza è rincuorante e qualche parola qua e là è bello scambiarla con loro.

Decidiamo di berci un caffè al bar dell’angolo, mentre le bambine giocano e si divertono in cortile. I loro discorsi sfumano nella mia testa, sono concentrata, ma il pensiero del suo sguardo di poco prima mi fa impensierire: chissà cosa stava pensando, chissà se mi vede bella, ancora, chissà se gli piaccio dopo tutto… Martina mi dice di essere stanca e di volere tornare a casa a leggere. Così salutiamo e ce ne andiamo contente. “Oggi preferisco camminare un po’, Martina”, annuisce, proseguiamo a piedi.

Non saprei descrivere mia figlia, non la riesco a descrivere. È talmente incarnata nella mia persona che mi pare quasi impossibile parlare di lei. Non so come definirla, forse taciturna, forse semplice, ma non azzardo di più.

Martina è Martina, un essere che amo con tutta me stessa, forse più di me stessa e della vita. È parte di me come io son parte di lei.

Il pomeriggio avanza, il sole perde quella sua morbida intensità del meriggio e impallidisce, ingiallisce a secco tra l’aria che si fa più forte verso sera.

Incomincio a sentire un po’ di stanchezza, il giorno è passato velocemente e quello sguardo mi ha rintronata.

Continuo a posare il mio pensiero su di lui.

Mio marito a quell’ora sta riposando, e Martina è forte e non ha bisogno di me. È più grande della sua età, più responsabile, più seria delle altre bambine. Ne sono orgogliosa. 

E poi ci sono io sola, mentre penso a lui.

È come se la mia vita ripiegasse un vero senso solo sulla sua presenza, da quando l’ho conosciuto, quella sera, da quando ho sentito il suo odore, da quando le sue braccia mi hanno presa tra le sue.

Ho la sensazione di essere un naufrago, tra molti naufraghi quando non lo vedo alla mattina appena uscita di casa per andare al lavoro, ma ecco che a un suo sguardo tutto diventa più sereno, quasi più morbido.

Fino a quando, certo, poi, mi pervade l’ansia, i sensi di colpa, la paura e tutto diventa più confuso. Ma una cosa è certa: gli voglio molto bene, un bene dell’anima.

Devo ancora finire di preparare la verifica per i miei alunni e i temi per Angelica per domani pomeriggio.

Mi rinchiudo in stanza e mi tranquillizzo. Chiudo le persiane, accendo la luce piccola, quella sul bordo del tavolo, quella che non fa tanta luce e inizio a scrivere.

La luce fioca corre per la stanza, il tavolo incrinato nella quiete del pomeriggio, pare un monumento nel centro della stanza e il mio computer al lato pare il soggetto di un grande sipario.

Tutto mi sembra più grande, la mia persona, l’immaginario della stanza nella mia testa, i paragoni con i grandi scrittori… e mi abbandono alla contemplazione del mio lavoro, delle pagine dei miei temi, nelle frasi di traduzione per Mario, nella compilazione dei formulari di grammatica e negli esercizi di completamento di fonetica.

Non mi piace il mio lavoro, lo adoro.

Passo le ore a scrivere per i miei alunni, passo i giorni a pensare cosa poter inventare per loro e le ore pomeridiane per la preparazione per il giorno successivo sono sacre. Mi infondono un senso di sicurezza, di grandezza, di compiacimento che non ha paragone alcuno.

Per un attimo tutto rimane sospeso e mi do alla scuola come non faccio con nessun’altra cosa. Mi do all’insegnamento, ai miei alunni, alle loro richieste, alle loro domande e mi perdo nelle spiegazioni più inutili ed eppure molto belle delle lezioni di letteratura, straniera, principalmente.

Non basta essere precisi, bisogna avere la capacità di addentrarsi nei concetti, nelle espressioni, insomma bisogna metterci della passione nell’insegnamento per essere un buon insegnante.

Ma poi chi l’ha detto che io lo sia.

È già tardi, è sempre tardi, mi preparo per la cena, mio marito si sarà già svegliato. Martina starà finendo di fare i compiti e Sara starà facendo qualche esperimento di scienze nella sua stanza.

Mi preparo un caffè, sono di fretta, ma c’è ancora del tempo. Mi guardo allo specchio, è buio, non sono poi così anziana, dopotutto.

Provo il vestito rosso, quello che mia mamma metteva nelle occasioni importanti e che piace tanto a Giorgio. La mia figura non è bellissima, ma col tempo e con la dieta riuscirò a perdere qualche chilo.

È l’ora, il cielo richiama la sua innocenza e la bellezza della sua fugacità ritorna a dare sollievo al mio spirito.

Siamo tutti pronti, usciamo di casa, ma non prendiamo la macchina. Mi godo l’ora del tramonto. La luce fioca trapela una strana nostalgia e i colori là affusolati stringono una indicibile consolazione che accompagna la passeggiata di questa sera.

Tra gli alberi un po’ di vento, fresco, quasi freddo per la stagione, e un brusio silenzioso che fa muovere i rami e le foglie sottili, stremite dalla sera. L’asfalto accaldato respira il caldo del giorno e si piega alla fresca brezza serale mentre posiamo i piedi sull’asfalto consumato.

Le macchine parcheggiate ai lati della strada donano un filo di tristezza e di abbandono così vicine una all’altra senza spazio, senza respiro.  Proseguiamo felici verso la salita, all’angolo della strada e poi giù fino al sottopassaggio. Al semaforo a sinistra ed eccoci arrivati.

La casa non è bellissima, ma è moderna e molto curata.

Non so perché ma Sabrina è una vera maniaca della cura della casa: alle bambine piace molto. Ogni angolo è ricoperto di disegnini e piccoli attrezzi delle più svariate forme che incuriosiscono e intrattengono gli ospiti.

Ci sono oggettini artigianali, piccole scritte, suppellettili di vario ordine e grado e pochissimo spazio per le pareti nude. La casa è dettagliatissima, curatissima e pulitissima.

Ci accolgono con piacere, come sempre.

Non parliamo molto, la conversazione a volte si fa silenzio e il silenzio diventa contemplazione.

Mi perdo nei miei pensieri, a volte sono presente, a volte no. Questo è negativo, ma ha anche la sua parte positiva: l’essere più o meno se stessi anche se in compagnia. Non è semplice rimanere congrui al sé di fronte all’esuberanza della felicità, o all’abbraccio di un consimile. Si tende a scendere a compromessi, a fare ciò che vuole l’altro, a dire ciò che non si vorrebbe dire, ad apprezzare troppo, senza vera convinzione, senza sentirlo o volerlo veramente e raramente, dunque, nel rispetto degli altri, ci si realizza in ogni azione o si rimane congrui ad ogni parola proferita.

Martina è allegra ed il cibo è ottimo.

Facciamo un gioco di gruppo, ma poi ci stanchiamo e decidiamo di vedere un vecchio filmato di una vacanza realizzata insieme tre anni prima.

Marocco 2000, che bei ricordi e che bei colori! Quante fotografie!

Iniziamo a sentire la stanchezza del giorno che avanza e decidiamo di tornare a casa. La notte, la luna, il cielo nero nella sua statica figura, mi fanno un certo effetto. Mi avvicino a Giorgio, gli stringo il braccio, a mala pena mi rivolge lo sguardo. Mi ha amato. Gli ho voluto bene.

Procediamo nella leggera foschia e continuiamo il percorso di ritorno a casa. Ora gli alberi sono più agitati e paiono danzare nella notte. Mi pare di essere un figurante, tra molti che torna a casa e chiude una porta dietro di sé, tra sé e la strada.

Da quanto tempo non viaggio? Da quanto tempo chiudo la stessa porta di casa? Da quanto tempo non seguo le mie pulsioni più profonde e per un senso di adeguamento e di rispetto rimango legata alla mia famiglia?

E poi quello sguardo, quella figura, quella persona… Dio mio, quell’uomo. Da quando mi ha salvato la vita in quell’incendio, quell’anno, mi è parso di rinascere ed averlo vicino mi fa sentire al riparo, al sicuro.

Non conosco la sua vita, ma di notte quando dormo mi pare di sognarlo, di sentirlo vicino a me. Gli ho parlato, gli ho detto tante volte di andarsene, ma nel fondo mi piace averlo accanto. Adoro il suo sguardo ad ogni momento della giornata in cui mi rincorre tra il traffico, tra la pioggia, la neve e alle ore più improbabili.

Temo di essermi innamorata anch’io di lui. Ma è un essere sfuggente, povero, burbero ed eppure ha quel fascino che mi attrae.

Domani, domani gli parlo e magari gli offro qualcosa da bere, come ai vecchi tempi. Ora è tardi, vado a dormire.

Le bimbe sono grandi ormai, hanno bisogno di poco. Le saluto, le bacio e preparo il tavolo della colazione per il giorno successivo. Hanno scuola, non devono fare tardi. Martina è piccola, ma a me sembra già una donna. Che intraprendenza e che indipendenza nello svolgimento dei compiti, nello studio… Insomma, una vera piccola prima donnina.

Ma ora basta con gli elogi, è tempo di riposare e di dormire. Giorgio mi aspetta. Buonanotte.

Era inverno, il cielo seminava la sua nostalgica fine sulle sue lacrime. Sempre asciutte. Stava là sempre solo, in mezzo a una moltitudine di gente e sapeva ciò che voleva, sapeva scegliere e sceglieva.

Non era un uomo, aveva l’intelligenza di mille uomini e non demordeva mai nel raggiungimento dei suoi obiettivi.

Era tenace e furibondo quando per sbaglio qualcosa fosse andato storto nei suoi progetti, nei suoi piani.

La sua aurea di mistero ricopriva le sue membra e fin da lontano pareva strano. La sua andatura rapida ripiegava su sé stesso il suo corpo che avanza veloce tra le vie strette delle città fino a rientrare nella sua piccola casa in un angolo del centro, nella grande metropoli. Le sue ginocchia si piegavano, stanche, sempre stanche, alle svolte delle vie e rimanevano quasi dissociate dal suo corpo, ripiegato in avanti come rachitico.

Non era un bel figurante, non era un uomo dall’alto aspetto e dal portamento fiero. Il suo camminare era una protezione, una difesa che persino nel corpo rifletteva le altalenanti paure della sua mente. 

Sapeva di essere osservato, ma sapeva anche come non farsi osservare: nessuno si accorgeva di lui quando passava, nessuno sapeva stare dietro alla sua velocità nel camminare. Nessuno sapeva realmente chi fosse. La pelle chiara sfoggiava tutta la sua innocenza sul candore delle sue gote secche. La spigolosità del suo viso infondeva un senso di timore di fronte alle vicissitudini incerte che nascondeva.

Chissà come mai fosse così magro.

Chissà quali circostanze l’abbiano portato ad avere un comportamento così fuggiasco al cospetto della vita.

Ed eppure la vita lui la sapeva cogliere fin nella sua più intima essenza ed è questo ciò che più ho colto di lui, ciò di cui più ho imparato da lui.

 Eravamo diversi, ma non me ne accorgevo e saremmo diventati una cosa sola.

Le pagine di questo diario andranno confondendo la mia vita e la sua e la realtà che ci circonda spiegherà la sua verità nel nostro incontro, per sempre.

A volte pareva un bambino, persino piccolo, con quel suo farsi piccino, con quel suo dimenticarsi di sé, delle sue pulsioni, delle sue fantasie.

Ed eppure eccome se le coltivava a modo suo, quasi di nascosto, ma con tutta l’irrompenza di chi sa ben ciò che serve per la loro realizzazione.

Il giorno piegava stanco la sua nostalgia sulla sua pelle candida.

La bellezza del suo candore non aveva paragone.

La ruvidità della sua lingua quasi come quella di un gatto, il petto puerile senza peli, ma nobile e ampio. La gioventù volata via ed eppure ancora così persistente nel suo aspetto fisico. Il suo fiato, robusto, sul mio collo. Lo sentivo ancora, mi sentiva ancora. Ma un demone aleggiava in quella casa, come un demone aleggiava nella mia.

Ciò che tolse la libertà a me. Ciò che indirizzò la tua libertà: i nostri padri. Oscure presenze che impediscono una realizzazione piena e tengono le redini delle vite di entrambi.

Entrambi osteggiati, rinnegati, avviliti da un amore e un rispetto verso la figura paterna che ci rendeva piccoli e ad essa subordinati.

Tu con la tua intraprendenza, io con la mia foga di vita, entrambi eravamo legati, intrappolati ad una realtà che non ci dispiaceva, ma che ci limitava. Tu avevi la tua vita, i tuoi segreti, il tuo sentirti diverso dagli altri; io non avevo nulla se non quella realtà.

E ad ogni nostro contatto, essa si rifaceva più burbera, quasi arrabbiata di aver perso per un istante, l’istante in cui ero con te, la sua preda.

Poi un giorno mi diedi a te completamente e da quel momento sei mio.

Mi diedi e diedi la mia vita per te. Non facevo nulla. Ma ecco che ormai l’intersezione delle nostre vite non era più latente.

È un po’ pesante questa lettura della mia storia, è un po’ pensante il racconto delle vicissitudini così profonde del mio vissuto, ma ecco che il mio scrivere si fa più sottile e semplice e ogni ora perde di consistenza e quasi si disfa…

La paura della perdita dei ricordi, il timore di una lettura sbagliata del mio passato, o di una dimenticanza latente che fa soccombere le mie aspirazioni e la mia persona, il terrore di un’analisi sbagliata che si sostituisca al vero excursus dei fatti… insomma col tempo tutto si fa più sfumato, ma non meno irrompente nella mia anima.

E così passavo le giornate tra i ricordi, gli sguardi del passato e un presente di freddezza agitata che ricopriva di stress e di agitazione il mio giorno.

Giorno austero, stralunato, squillante ed eppure tacito, fermo, muto.

L’aggancio al passato si faceva sottile, ma trovava uno spazio dentro di me e rincorreva silenzioso il chiasso della mia vita, intrufolandosi in essa ad ogni momento di riposo o nel bel mezzo di un’azione che prevedeva una certa concentrazione.

E così, io mi allontano dal presente, mi avvicino al ricordo e mi distraggo.

Sono le 2 del mattino, non riesco a dormire, sono qui a scrivere della mia vita e non posso non pensare a lui.

Il mio sonno è durato dalla mezzanotte alle due, dopo di che inizia la mia vita notturna spesa qui tra me e me, tra i miei ricordi, tra i miei pensieri…

Giorgio mi odierà, ma ci si è abituato.

Scendo le scale e vado a preparare una tazza di caffè caldo, per stare sveglia la notte a scrivere.

Accendo la luce gialla, quella forte per rischiararmi le idee e chiudo le persiane, come sempre, quando devo concentrarmi.

Sono sola, sto sempre sola. Mille volte mi viene incontro la gente e mille volte la rifiuto. La notte spegne la mia malinconia e al mio pianto malinconico accende un lume di speranza verso un nuovo giorno. È l’epoca della mia libertà, è l’epoca della mia reclusione.

Spegne quel soffio di gioventù la mia stabilità e ricerca la venerea luce della mia speranza.

Scrivo, composta nella notte e scrivo composta sulla vita.

Ma ecco che ritorna la stanchezza e vado a letto. Mio marito sta affianco a me, senza respirare quasi, nel buio dei ricordi, di quando si stava insieme senza pensieri. Io accanto a lui spengo la mia gioventù sul rinascere di un nuovo giorno che si fa speranzoso e gioioso nell’attesa del suo arrivo.

La luce si fa fioca e mi addormento.

È mattino, apro gli occhi, tutto sembra più limpido, meno assopito e più veloce. Il mio corpo si deve adattare a questo ritmo e il mio pensiero si vede costretto a muoversi veloce sulla vita come veloce è il passo verso la morte. Se non si sta al ritmo, si soccombe. E io sono già soccombuta da tempo. 

Ma faccio finta di niente, mi vesto veloce, mi lavo veloce ed eccomi fresca fresca sul far del mattino.

Ecco Sara e Martina che mi vengono incontro, ecco il loro trafelarsi quieto che pare ignorare la sofferenza del mondo e si trascina lungo tutta la giornata senza fatica alcuna. Quella fatica di vivere che mi coglie a volte, nella mia solitudine.

Giorgio si è già alzato, ha già fatto colazione e si è già accinto al suo lavoro in mansarda, chiuso tra i suoi libri di diritto ed economia.

Io sono più libera il mattino, ho più spazio per me, per i miei pensieri, per i miei figli. Alle 2 ho lezione oggi, non prima, per fortuna.

Preparo della cioccolata per Martina e dell’aranciata fresca per Sara.

Siamo fuori stagione, ma a volte si chiude un occhio e si compra un po’ quello che si vuole.

Sono io che prendo in mano le redini della famiglia, ma dimentico a volte di prenderne della mia vita.

L’aria fresca del mattino entra dalla finestra, veloce, come a raffiche e fa volare un po’ tutto in cucina. L’azzurro del cielo ha già trafitto i miei occhi con tutto il suo chiarore ed ha tinto di malinconico verdore tutto ciò che mi sta attorno.

Come chi accecato non vedesse che il bagliore del riflesso della luce tra l’offuscarsi delle ombre della realtà. La bellezza del giorno, mi fa dimenticare chi sono, mi slancia verso una bufera di vita che ancora ristagna in me e mi accinge a un vortice di vitalità che mi rende quasi invincibile di fronte alle problematiche della vita.

E mi sento rigenerata, purificata, viva ed inizio così la giornata.

Il calore del sole si tinge quieto sulla mia pelle e l’affusolarsi del mio pelo sulla pelle mi fa venire quasi la pelle d’oca. Sto lì immobile ed eppure attiva, piena di cose da fare, di azioni da sbrigare.

Non riesco a concentrarmi, non vivo ed eppure sono qui, in mezzo alla mia vita piena di attività e di stimoli. Stimoli che si fanno sempre più pulsanti, ma meno presenti, quasi sfumati sull’ordine delle mie priorità.

Essi stanno lì, come i doveri, si svolgono, si realizzano, ma non si vivono veramente come chi sta facendo qualcosa che vuole e lo fa con il cuore.

Così mi sveglio, stiro, preparo la colazione, ma non mi sveglio mai del tutto, non stiro mai del tutto, non faccio mai colazione del tutto. Ci sono e non ci sono. Faccio e non faccio. Compio senza vera volontà e non compio per mancanza di essa.

Insomma, le cose che voglio fare sono diverse e ho paura che quando ben arriverà il momento di viverle io mi sia tanto abituata a non vivere le mie azioni quotidiane, che perderò il senso della passione nelle cose e nella vita come il senso del vivere il quotidiano secondo vera volontà e passione.

Mi sono dilungata un po’ troppo in queste questioni e ancora una volta, le mie azioni si fermano e cedono il passo alla riflessione sulle cose, sulla vita.

Eccomi dunque, alla colazione, alle mie figlie, alla mia vita sospesa su un filo, quello della disperazione.

Ma ecco che guardo fuori dalla finestra, lui è lì, sorride, mi aspetta.

Mi sento bene, finalmente e posso iniziare il giorno.

Ecco Martina, bella con la sua gonna leggera e una maglietta estiva, semplice di quelle che coprono a metà.

Ecco Sara giovanile, con un maglioncino svelto sulle spalle, bella anche lei, sempre bella.

Mi affretto a mettermi lo scialle rosso che mi ha regalato Giorgio un po’ di anni fa, sto bene.

Mi accingo alla porta e tiro un sospiro di sollievo.

Lui è là

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